Michelangelo Russo
E’ il 29 gennaio del 1979. L’ atmosfera di tranquilla quotidianità di routine del Tribunale di Salerno viene scossa alle 10 e 30 da una notizia che è un preannunzio del dramma che incombe (e presto arriverà) anche sulle città meridionali della “linea delle palme e dei caffè”. A quell’ora sono in udienza come PM alla Seconda Sezione del Tribunale. Arriva Claudio Tringali con la faccia stravolta. Siamo amici da sempre. Stessa età, stesso concorso, uguale servizio alla Procura di Milano. “Un’ora fa i terroristi di Prima Linea hanno ucciso a Milano Emilio Alessandrini” dice terreo Claudio Tringali. Rimango impietrito. Eravamo tutti e tre amici, oltre che colleghi. Tringali aveva coadiuvato Alessandrini nell’indagine sull’omicidio del militante di destra Romanelli. Alessandrini aveva tenuto in braccio mio figlio di tre mesi qualche giorno prima che io partissi per Salerno. Alla notizia reagisco emotivamente, buttando via la toga tra lo stupore del Tribunale e dei presenti. Ci allontaniamo sconvolti, noi due, cercando di assorbire il dolore annunziando a tutti, nei corridoi, la tragedia avvenuta. Un commesso, mandato dal Presidente dell’udienza, cerca di convincermi a tornare in aula. Mi rifiuto, nello stupore del povero commesso. Ma più stupiti ancora sono gli avvocati che hanno assistito all’anomalo comportamento di un PM che ha stravolto la ritualità della celebrazione di un’udienza penale, in modo inspiegabilmente teatrale. In diversi cercano bonariamente di ricondurmi in aula, mentre non ho la forza di urlare il dolore dell’assassinio di un amico. Un eroe! E’ stato l’inquirente che, con l’altro collega Marcello Fiasconaro, ha scoperto le trame della strage di Piazza Fontana. Lo sconcerto sul Tribunale per il gesto estremo, in pubblico, del lancio della toga come uno straccio, sta montando, quando finalmente arriva la notizia, per la prima volta nella storia, che tutte le udienze in Italia sono state sospese, in segno di lutto e di protesta. Per il pomeriggio viene convocata d’urgenza un’assemblea dell’Associazione Magistrati. In quegli anni l’ANM è un organismo vivo, in tutt’Italia. Soprattutto al Nord. A Milano le assemblee sembrano una succursale di Montecitorio. E sono aperte al pubblico, anche ai giornalisti. Nell’Italia agli esordi degli anni di piombo, la democrazia attinge linfa vitale dal dibattito senza veli. L’assemblea del pomeriggio, a Salerno, affronta per la prima voltala materia del terrorismo, fenomeno ritenuto come circoscritto alle aree industriali del Nord e al sacrificio delle forze di Polizia impegnate nella lotta ai terroristi. Il dibattito è animato dalle testimonianze dei “milanesi” Michelangelo Russo e Claudio Tringali, già etichettati come bizzarri attivisti di Magistratura Democratica. Ma la tragedia è grande. Lentamente affiora tra i presenti lo sconforto per l’assenza dello Stato dal teatro dello scontro. I giudici si sentono indifesi e abbandonati. Dall’assemblea uscirà un documento durissimo sulle carenze della sicurezza e la povertà dei mezzi operativi per le indagini. Si fa conoscere, per vivacità degli interventi, Luciano Santoro. E’ perfettamente in linea con la nostra lettura della tragedia, pur essendo Luciano Santoro, al momento Sostituto Procuratore ai minorenni, un esponente della corrente conservatrice di Magistratura Indipendente. Sul fronte opposto, domina il prestigio dell’unico vero punto di riferimento dell’estesa compagine tradizionalista dei magistrati salernitani. E’ Mino Cornetta. E’ un leader nazionale di Magistratura Indipendente. E’ bravo, affabile, politico nei modi e nei toni. Suadente, elegante, giovanile e piacente, è l’uomo che odia i contrasti e i toni accesi, seppur motivati dalla tragedia. Si delinea in quell’assemblea un fronte che sarà attivo, nell’immediato futuro, sulla scena del ricambio generazionale tra una magistratura che ha respirato l’aria del tempo nuovo, immediatamente prima del ’68, e il vecchio notabilato delle toghe tradizionaliste, ancorato alla forma come essenza della giurisdizione. Sono i giudici immobili nella certezza, rassegnata, che il rispetto della forma, come espressione massima della terzietà del Giudice, sia l’unico antidoto alle turbolenze e alle pressioni del mondo circostante. Una giustizia congelata, nelle parole e nelle facce, è ancora, secondo loro, la garanzia per il rispetto del ruolo e del potere del Giudice contro le insofferenze ondivaghe del potere esecutivo e delle maggioranze nell’opinione pubblica. Ma il documento finale, di dura critica al Governo, è il frutto della linea comune trasversale che vede al centro Unicost (la corrente progressista moderata) e Magistratura Democratica. Che, oltre Russo e Tringali, ha esponenti quali Luigi Santaniello e Arturo Cortese. Il vento del Nord inizia ad agitare le foglie delle palme del Sud. A Milano, qualche giorno dopo, viene pubblicato un lungo documento firmato da tutti i Sostituti Procuratori (all’epoca ne erano una trentina in organico). Documento di analisi cruda e implacabile sulla situazione sociale italiana con riferimento alle ragioni, seppur criminali, del terrorismo, figlio dell’ingiustizia sociale e della miopia della classe politica governativa. Traspare la stanchezza e la rabbia per il fardello incombente sulla Giustizia come cane da guardia per i reati comuni, spesso frutto della emarginazione di schiere giovanili e di fasce di meno abbienti. Sere dopo, quel documento dei Pubblici Ministeri di Milano sarà commentato da Michelangelo Russo e Claudio Tringali in una trasmissione radiofonica di una radio libera di Salerno, curata dai giovani avvocati Silverio Sica e Marcello Giani. Qualcosa si muove anche nell’Avvocatura. (2 puntata)





