Di Olga Chieffi
E’ figlia d’arte Serena Rossi, in primis della sirena Partenope, della quale è reincarnazione, lasciandone trasparire tutta la “meraviglia” nel finale dello splendido spettacolo musicale, che nasce dal disco “SereNata a Napoli” e che ha catalizzato sul Teatro Verdi di Salerno, per l’intero weekend, l’attenzione di un pubblico, ammirato ed ammaliato dalla chanteuse napoletana, di adozione milanese. Con lei sul palcoscenico del nostro massimo un sestetto eccellente di musicisti che non hanno disdegnato di diventare con la loro Serena anche teatranti, unitamente ai loro strumenti con Gennaro Desiderio al violino, Gianpaolo Ferrigno alla chitarra, Antonio Ottaviano al pianoforte e al cembalo, Michele Maione alle percussioni, Luca Sbardella alla fisarmonica e al clarinetto, mentre il suono del violoncello, tutto salernitano, è stato quello di Matteo Parisi, parte dell’Orchestra Filarmonica Salernitana “G.Verdi”, esecutori degli interessanti arrangiamenti del Maestro Valeriano Chiaravalle, il quale ha inteso sposare questo florilegio di melodie il più delle volte al tango. Lo spettacolo ha attraversato il periodo d’oro della canzone napoletana, con lo scopo di resuscitare la Sirena Partenope, morta d’amore per Ulisse o per il suo innamorato, il centauro Vesuvio, che Zeus, innamorato di Partenope, decise di separare per sempre da lei, trasformando Vesuvio in un vulcano e ponendolo ai confini del golfo, in modo che la sirena lo potesse sempre vedere senza poterlo toccare. Serena è stata pressocchè perfetta, collocandosi in quella nobiltà di linea che gli è adeguata. Intonazioni vibranti, mimica pittoresca, comprensione ed approfondimento dell’arte napoletana orale e scritta, si sono fuse e composte in un’interpretazione esemplare. Serena ha inaugurato il programma con Nuttata è sentimento, uno dei più celebri moonlight della tradizione napoletana, passando, poi, per la Piedigrotta, dove si fumarono a Zazà con siparietti tra la soubrette, i musicisti e il pubblico, l’omaggio a Viviani con la canzone di Ines, detta “Bammenella ‘ e copp’ ‘e Quartiere”, forse il personaggio più intenso e più famoso del teatro di Don Raffaele, dotato di un fascino irresistibile, prostituta non più giovanissima, ma ancora piacente e convinta di sapere ancora “vendere il mestiere”, schiava di un “Malessere”. Quindi, il viaggio che i nostri avi fecero per inseguire il lavoro, il sogno americano, andando a far parte con il carisma della nostra “millenaria” cultura, in ogni campo, di quel melting pop che è la caratteristica degli States. Il Mare Nostrum, che ha quale centro Napoli, la banchina di Santa Lucia, tocca le sponde di tre continenti e andar per mare, lasciare il porto sicuro, per andare a conquistare il quarto, abbisogna di una cartografia che sovverta le certezze, invece di fissare coordinate precise. L’attraversamento del mare, la partenza, la speranza la notte nera dove tutto dorme e la brezza che s’infrange, fa sì che il mare sorrida. Le voci, grida, pianti, tuoni, brontolii, fischi e fracassi, respiri, cigolii, colpi, catene e battiti, crepitii e suoni, lamenti che si spengono. Ad occhi chiusi il piede che tocca la nuova terra, la mente libera sopravanza il corpo, giacchè è tempo di piccole ebbrezze nell’orizzonte della nuova vita, al di là del mare. E là si piange davvero con Lacreme napulitane, Munasterio i Santa Chiara, Santa Lucia luntana, poiché noi ammore lo carichiamo con due M. ma con ci diciamo ti amo, ma Te voglio bene assaje, poiché a Napoli si vuole solo il bene della persona amata, una frase che prevede anche il rifiuto e l’eterno affetto profuso anche da lontano. In scena l’artista napoletana è impegnata a creare contrasti recitati, cantati e mimati, attraversando gloriosamente tutta la tradizione e gettando perle musicali e comiche, pezzi raffinati e un po’ di storia personale che si lega anche a quella della nazione. Serena è, infatti, figlia d’arte di terza generazione, nata in una splendida famiglia di musicisti. Tutti fissati per la musica tant’é che suo padre suonava la chitarra, la madre cantava, il nonno Giuseppe Palombo, in coppia con il M° Alfieri è stato autore di tante canzoni tra cui “Luna dispettosa”, che diventò una delle gemme del repertorio di Mario Merola. E’ apparso, poi, sul fondo il simbolo del partito comunista delle prime votazioni, dopo la proclamazione della Repubblica, quel Garibaldi racchiuso in una stella e “Il treno dei bambini” che portava al Nord i piccoli di Napoli e dell’intero Sud rimasti orfani o indigenti in una città dove ‘a nuttata doveva passare e che, forse, ancora oggi, non è passata, simbolo della generosità dell’Italia del dopoguerra; una realtà fatta di paura e fame, un viaggio attraverso la povertà. Su quel treno c’era la nonna di Serena, Concettina, alla quale è stata dedicata Uocchie che arraggiunate. Altra antenata illustre la celeberrima Ria Rosa, Maria Rosaria Liberti, che debuttò appena sedicenne diventando sin da subito una delle cantanti più richieste della scena partenopea, la quale, nel 1922 partì per una tournée in America, dove riscosse tale successo, da stabilirsi a New York, ove fondò una sua compagnia, affrontando le tematiche più dibattute e scabrose del tempo, della quale Serena ha evocato la canzone più famosa del suo repertorio, “Preferisco il ‘900”. Su questa linea si è andati avanti per circa un’ora e mezza, su quel repertorio che fa parte della storia collettiva e dei vissuti individuali raccontati in musica, portatori anche di un ricco patrimonio di “bellezza”: il fascino della melodia, la capacità di improvvisazione, la “libertà” di “rivestire di sé” un canto, la capacità di creare e usare metafore profonde e sorprendenti, l’originalità di melodie uniche, la forza del sentimento “vero” contro ogni divieto “artificioso”, il senso di ribellione alle ingiustizie, l’umorismo con cui affrontare le peripezie della vita. Su Presentimento è terminato il programma ufficiale, ma il pubblico aveva ancora desiderio di cantare e allora ancora Tammurriata nera e Reginella, con le luci accese in teatro. “E’ troppo bello questo teatro – dice Serena Rossi – dal 1872 restituisce suoni, danza, parole e bellezza”. E, così, nella standing ovation generale, il palcoscenico ha ripreso a restituire qualcosa di una drammaturgia segreta, che ha portato tutti noi a “fare parte della scena”, al fianco di Serena, sopra quel ponte dove la musica afferra il presente, lo ripartisce e costruisce quella strada che conduce verso il tempo della vita. Colui che ascolta e colui che canta vi ci trova un amalgama perduto di passato, presente e futuro: su questo ponte, finchè la musica persiste, andremo tutti avanti e indietro.





