Nicola Russomando
Nel pomeriggio del 18 febbraio, Mercoledì delle Ceneri, si è tenuta presso il Convento dei Cappuccini a Giffoni Valle Piana un’affollata assemblea a cui hanno partecipato il sindaco Antonio Giuliano e il superiore della Provincia cappuccina Gianluca Savarese. L’argomento è noto ai lettori di “Le Cronache”: l’annunciata chiusura del convento con il ritiro dei frati e la concessione in comodato d’uso al Comune di una porzione dell’immobile per usi sociali. Il sindaco ha difeso la bontà dell’operazione che fa carico all’ente pubblico di tutti gli oneri di manutenzione del complesso sul presupposto di avere, per questa via, garantito comunque la presenza francescana a Giffoni. Di rimando, va sottolineato che il contratto di comodato d’uso gratuito è revocabile “ad nutum”, a semplice richiesta del concedente. Tuttavia, è sull’accezione di “presenza” che il linguaggio dell’amministratore pubblico diverge significativamente da quello del religioso. Infatti, il provinciale Savarese, incalzato dalle domande degli astanti, ha dovuto ammettere che alla fine dell’estate ritirerà i tre frati per assegnare loro una diversa destinazione nell’intento di “chiudere un convento per salvarne altri”. A nulla sono valse le obiezioni di quanti hanno reclamato per Giffoni la peculiarità è di essere frequentato nella pratica religiosa da fedeli di tutta la Valle del Picentino, essendo state chiuse negli anni le case religiose di Montecorvino Rovella, di Prepezzano e di Sieti, i cui immobili sono stati pure alienati a privati. A nulla è valsa la circostanza di un Ordine francescano secolare fiorente, di una Gifra partecipata da numerosi ragazzi che si nutrono della spiritualità francescana, dagli Araldini in su, associazioni che hanno nei padri cappuccini il loro obiettivo e imprescindibile riferimento. Tuttavia, una concessione è stata pur fatta dal Provinciale che consiste nell’assicurare almeno una celebrazione domenicale, in luogo delle due che ordinariamente vi si tengono, con la possibilità di concordare eccezionalmente celebrazioni feriali. Come è stato fatto notare nel dibattito, il risultato è pari ad un “contenitore senza contenuto”, un palliativo per non considerare totalmente superato il nome “Cappuccino” a Giffoni. E qui non mancano le ambiguità che si manifestano sul fronte propriamente giuridico. Del resto il Padre provinciale ha dato prova di una certa insofferenza di fronte ad obiezioni di diritto canonico che gli sono state formulate. Considerato che il ritiro dei frati corrisponde ad una pratica soppressione del convento in quanto, secondo il dettato del canone 608, non si ha casa religiosa senza una comunità che vi risieda stabilmente, la soluzione adottata si presta ad aggirare il canone 616 che riserva al Moderatore supremo dei Cappuccini, al Ministro generale, la potestà della soppressione.Vero è che una tale finzione giuridica consentirebbe la ripresa della vita religiosa nel convento senza un provvedimento formale di ricostituzione, ma non si è dato il caso, in tempi recenti, di una tale evenienza. All’opposto, il ritiro dei frati è stato in genere il prodromo della dismissione della casa in vista di un mutamento nella sua destinazione per usi profani. Palpabili la delusione e lo sconcerto dei presenti di fronte all irremovibilità del Ministro provinciale. “Il dado è tratto”, come icasticamente è stato sintetizzato tra le persone presenti con chiaro riferimento all’irrevocabilità di scelte foriere di sviluppi tragici. Tuttavia, il giubileo indetto da papa Francesco ha ricordato, con le parole di S. Paolo, che “la speranza non delude”. Le speranze dei fedeli del Convento di Giffoni si rivolgono ora a Chi nella Chiesa ha la suprema autorità anche a nome di quella “sinodalità” predicata da papa Bergoglio per un coinvolgimento maggiore dei fedeli nei processi che li riguardano. Una nota storica ai margini della questione. Nella chiesa conventuale, in corrispondenza dell’altare dedicato a S. Francesco di Assisi, si legge una lapide che ricorda come, nel VII centenario della morte del santo, nel 1926, il popolo giffonese, anche a nome dei suoi figli nelle Americhe, celebrava la ricorrenza nel giubilo della rinnovata presenza dei frati che sarebbero diventati, di lì a qualche anno, nel 1933 proprietari dell’immobile per la vendita loro fatta dal Comune al prezzo di seimila lire dell’epoca. Ora, a distanza di un secolo, nell’VIII centenario della morte del “Serafico Padre”, c’è il rischio di dover aggiungere un’ulteriore epigrafe a ricordo della fine di questa presenza. Senza contare che ragioni di opportunità avrebbero almeno dovuto suggerire il rinvio della chiusura del convento nella prospettiva di onorare degnamente il transito di colui che ha incarnato con la sua stessa vita l’ideale di “Madonna povertà”.





