Fondazione Menna: la difesa d'ufficio di lady Napoli - Le Cronache Ultimora
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Fondazione Menna: la difesa d’ufficio di lady Napoli

Fondazione Menna: la difesa d’ufficio di lady Napoli

di Erika Noschese

È profondamente tenero, quasi commovente, il modo in cui la nobiltà politica salernitana tenta di difendere l’indifendibile. Quando il castello di carte delle irregolarità amministrative inizia a tremare sotto il peso della verità, la strategia è sempre la stessa: buttare la palla in tribuna, evocare il “futuro” e accusare chi pone domande di essere un nostalgico del passato. La recente uscita social di Lady Napoli, consorte dell’ex sindaco dimissionario Vincenzo Napoli, è in questo senso un reperto antropologico di inestimabile valore. Commentando la nostra inchiesta sulla ex Casa del Combattente trasformata in ufficio elettorale abusivo, la signora ha sfoderato un aforisma degno dei peggiori manuali di self-help per amministratori distratti: “Scambiare spazi di coworking per sedi di campagne elettorali è tipico di chi non guarda avanti ma indietro!”. Saremmo quasi tentati di chiedere scusa per la nostra miopia, se non fosse che quello che lei chiama “guardare avanti” somiglia terribilmente a un salto nel buio della legalità. È affascinante notare come, con un solo colpo di pollice su uno smartphone, si sia cercato di nobilitare un’occupazione senza titolo trasformandola in un moderno e ammiccante “coworking”. Peccato che, per definizione giuridica e commerciale, un coworking sia uno spazio regolato da contratti, tariffe, assicurazioni e, soprattutto, da un titolo di possesso legittimo da parte di chi lo gestisce. Trasformare un immobile pubblico occupato “impropriamente” (parole della Presidente Magaldi, non nostre) in un coworking è un esercizio di fantasia che neanche il miglior ufficio marketing del mondo riuscirebbe a sostenere. Ma a Salerno, a quanto pare, le definizioni sono fluide: se occupi una sede pubblica per girare spot elettorali, non sei un abusivo, sei un “visionario che guarda avanti”. Il problema di questo “sguardo in avanti” è che sembra soffrire di una gravissima cataratta quando si tratta di osservare il Codice Penale. Guardare “indietro”, per noi, significa ricordare che esiste un articolo, il 633, che punisce l’invasione di edifici pubblici. Significa ricordare che il peculato d’uso non è un’invenzione di giornalisti livorosi, ma una fattispecie di reato che si configura quando un bene della collettività viene sottratto alla sua destinazione per favorire la carriera politica di un singolo individuo, nello specifico quel Gianni Fiorito che nel “Sistema Napoli” è stato segretario e tuttofare e oggi, per logica conseguenza, si propone come se fosse l’erede designato. Se guardare “avanti” significa accettare che un candidato utilizzi la cosa pubblica come cosa propria, allora confessiamo: siamo orgogliosamente retrogradi, ancorati a quel vecchio arnese polveroso chiamato Stato di Diritto. L’apice della narrazione “familiare” dei Napoli emerge da un altro prezioso documento digitale (e non è l’unico): una foto del maggio 2023. In quello scatto, Lady Napoli ospita con orgoglio i “pericolosissimi” (a suo dire) ragazzi di Limen direttamente nel salotto di casa propria. Il commento a corredo è un manifesto politico: “Ospitati a casa mia per il gruppo teatro perché itineranti per forza di cose! Questi ragazzi andrebbero accolti non cacciati”. Ecco svelato il meccanismo: la confusione tra pubblico e privato come metodo di governo. Se i ragazzi non hanno spazi, la soluzione della Lady non è sollecitare bandi trasparenti, procedure pubbliche o assegnazioni regolari; la soluzione è invitarli a cena. È l’estetica del salotto che si sostituisce all’etica dell’istituzione. Una volta “accolti” nella dimora privata del Sindaco, il passo successivo è continuare a legittimare l’accoglienza – altrettanto informale, altrettanto priva di protocolli attivi – in un immobile comunale storico. Questa “accoglienza” a scavalco delle regole ha un nome preciso: clientelismo d’immagine. Si usano i giovani come scudo umano per giustificare l’occupazione di spazi che dovrebbero essere gestiti secondo criteri di evidenza pubblica. La signora Napoli dice che i ragazzi non vanno “cacciati”, e su questo siamo d’accordo. Ma tra il cacciarli e il permettere a uno di loro di trasformare un bene comune nel proprio ufficio/set elettorale, in spregio a tutti gli altri candidati che non hanno la fortuna di aver sorseggiato tè nel salotto del Sindaco, corre un abisso di decenza amministrativa. È troppo comodo nascondersi dietro il “teatro” e le “attività sociali” per coprire un’operazione squisitamente politica e spudoratamente irregolare. C’è poi la questione del voto disgiunto, quel capolavoro di equilibrismo che vede la consorte di Enzo Napoli caldeggiare il voto per Lanocita come sindaco e per Fiorito come consigliere. È la conferma definitiva: Fiorito è l’uomo del sistema, il punto di giuntura tra la vecchia guardia che smobilita (almeno ufficialmente) e la nuova che avanza occupando edifici. La difesa d’ufficio della moglie del sindaco non è l’atto di una cittadina preoccupata per i giovani, ma l’intervento di una madrina politica che protegge l’investimento fatto su quello che potremmo definire come “segretario particolare”. Difendere il “coworking elettorale” della ex Casa del Combattente significa difendere un modello di gestione della città dove l’appartenenza conta più della competenza e la vicinanza al trono sostituisce il rispetto dei bandi. Vogliamo parlare di chi guarda “indietro”? Lo fa chi pensa di poter gestire Salerno come una signoria del Rinascimento, dove il signore del castello concede stanze e privilegi ai propri cortigiani in cambio di fedeltà e spot sui social. Avanti, invece, guarda chi pretende che quegli stessi spazi siano messi a bando, che ogni associazione abbia le stesse opportunità e che nessun candidato possa vantare diritti di proprietà su mura che appartengono ai cittadini. Se guardare avanti significa avallare una “Casa Limen” che bypassa la Fondazione Menna e risponde solo al custode-candidato di turno, allora questo futuro ha un odore sgradevole di muffa e di privilegi antichi. La risposta di Lady Napoli non è un attacco a questo giornale, è un autogol clamoroso. Ammettendo che i ragazzi sono stati ospitati a casa sua perché “senza spazi”, ha confermato che la loro sistemazione alla Casa del Combattente è frutto di una concessione “graziosa” e non di un percorso amministrativo lineare. Ha confermato che il legame è personale, non istituzionale. E nel tentativo di sbeffeggiare chi chiede legalità definendolo “arretrato”, ha dimostrato una volta di più che per certi settori del potere salernitano, la legge è solo un fastidioso intralcio al libero arbitrio dei potenti. Sia chiaro: non ci faremo intimidire da battutine su chi guarda avanti o indietro. Continueremo a guardare esattamente dove serve: ai documenti, ai protocolli scaduti, alle delibere mancanti e ai reati che si profilano dietro ogni post celebrativo. Se il candidato Fiorito vuole elencare i motivi per restare a Salerno, aggiunga l’undicesimo: restate perché qui, se avete gli sponsor giusti, potete prendervi un palazzo e nessuno oserà dirvi nulla, a patto che sappiate sorridere nei selfie in salotto. Per tutti gli altri, per chi non ha santi in paradiso o assessori alla trasparenza come mentori, restano le tasse da pagare e le porte chiuse. Chi deve intervenire faccia il suo dovere o taccia per sempre, rinunciando a ogni pretesa di onestà intellettuale. A partire da quegli amministratori, uscenti o aspiranti tali, che continuano a fare il gioco del silenzio perché temono di alterare la propria posizione, legittimando quindi quanto sta accadendo sotto gli occhi inermi (e inetti) di tutti. La ex Casa del Combattente deve tornare a essere un luogo di tutti, non il set abusivo di chi pensa che la città sia un giocattolo regalatogli dal sindaco. E a chi ci accusa di non guardare avanti, rispondiamo che il futuro che sogniamo noi non ha bisogno di “accoglienze” private per coprire illegalità pubbliche. Ha bisogno di aria, di luce e di una parola che a Palazzo di Città sembra essere diventata impronunciabile: uguaglianza. Senza quella, il vostro “coworking” è solo l’ennesima stanza di un potere che ha perso ogni contatto con la realtà e con la legge, ma che non rinuncia a dare lezioni di stile mentre affonda nel proprio paradosso. La ricreazione è finita, e non basterà un post su Facebook per sanare un abuso che grida vendetta davanti a tutta Salerno.