di Erika Noschese
C’è un’ombra sottile che si allunga sui palazzi della cultura salernitana, una nebbia fatta di procedure evaporate e gerarchie capovolte che rende difficile distinguere dove finisca il pubblico e dove inizi il generoso, quanto arbitrario, intervento del privato. È una sensazione che ha trovato la sua più plastica e involontaria conferma in un post social firmato da Silvana Noschese, figura di indiscusso prestigio e Direttore del coro di voci bianche del Teatro Municipale “Giuseppe Verdi”. La Maestra, con la consueta gentilezza, ha inteso ringraziare pubblicamente chi ha permesso di realizzare un evento presso la ex Casa del Combattente, quello splendido affaccio sul Lungomare che dovrebbe essere il tempio della memoria e della cultura cittadina. Fin qui, nulla di strano, se non fosse per il destinatario di cotanta gratitudine: Gianni Fiorito, ormai ex presidente dell’associazione Limen, pronto a scendere in campo alle prossime elezioni comunali con Salerno per i Giovani, a sostegno di Vincenzo De Luca sindaco. Un ringraziamento che, nell’economia della cortesia, non fa una piega, ma che sotto il profilo istituzionale apre una voragine di interrogativi a cui sarebbe urgente dare risposta. La sede in questione, infatti, è nella disponibilità della Fondazione Menna. Un ente che, per statuto e missione, dovrebbe essere il cuore pulsante e il decisore unico di quanto accade tra quelle mura e che vanta nel suo CdA la moglie di Claudio Tringali, ex assessore alla Sicurezza del Comune di Salerno che, negli anni di mandato istituzionale, ha istituito un rapporto lavorativo proprio con Fiorito (che tra le altre cose ha sempre goduto del pieno sostegno della moglie dell’ex sindaco Vincenzo Napoli). Eppure, a leggere le parole del Direttore del coro del “Massimo” cittadino, sembra che la porta sul Lungomare non si apra con una delibera, un protocollo o una formale autorizzazione dell’ente concessionario, ma con il più classico dei “favori” personali. Un “grazie per averci aperto” che trasforma una sede istituzionale in una sorta di circolo privato dove le chiavi, anziché stare nelle mani della Fondazione, sembrano risiedere stabilmente nelle tasche di chi, ufficialmente, non è che un ospite (neanche ufficiale). Il paradosso è totale. Da una parte abbiamo la Fondazione Menna, che più volte ha ribadito come la struttura le appartenga e come non sia possibile svolgere alcunché a proprio piacimento. Dall’altra abbiamo la realtà dei fatti: chiunque voglia organizzare un evento di rilievo potrebbe preferire non bussare alla porta della Fondazione, ma rivolgersi a quello che appare come il reale “dominus” dello spazio, ovvero l’ex presidente di Limen. Si è creato, negli anni, un cortocircuito tale per cui la Fondazione Menna sembra essere diventata il prestanome di una sede fisica totalmente gestita da altri. Un’istituzione svenduta, che appare quasi come la concessionaria di una piccola parte degli spazi originariamente in sua dote, mentre il resto è diventato il feudo operativo di un’associazione privata. Questa gestione “per conoscenza” non è solo una questione di etichetta o di bon ton istituzionale. È un problema di sostanza che colpisce la crescita culturale della città. Più volte sono state richieste delucidazioni e protocolli d’intesa chiari, atti che avrebbero dovuto regolare l’accesso di soggetti terzi alla Casa del Combattente per evitare, appunto, che la gestione scivolasse nell’arbitrio. Quei protocolli non hanno mai visto la luce. Non quella della nostra redazione, di certo. Va ricordato, infatti, che Limen diventa presenza fissa presso la fondazione Menna per volontà di terzi. Poi, lo scandalo: la Fondazione diventa sala privata per celebrare il compleanno del presidente Fiorito tra cibo, musica, balli e caos. La presidente Letizia Magaldi si indigna, almeno inizialmente. Successivamente, decide di premiare un’azione così scandalosa e procede alla sottoscrizione di un protocollo d’intesa ma con la promessa di indire una manifestazione di interesse rivolta a tutte le associazioni giovanili del territorio per garantire pluralismo e qualità scientifica. Il protocollo non è mai stato divulgato, il bando non è mai stato pubblicato e intanto la struttura diventa oggi sede elettorale del già presidente Fiorito. Rispetto a ciò, abbiamo provato a fare chiarezza rivolgendoci ai diretti interessati e, in particolar modo, a Stefania Zuliani, Direttrice Artistica della Fondazione Filiberto e Bianca Menna ma senza ricevere alcuna risposta. I risultati di questa opacità sono drammatici: mentre eventi di spessore, come masterclass internazionali e progetti accademici di alto profilo, sono stati impossibilitati a svolgersi perché i loro proponenti hanno avuto l’ingenuità di seguire la via ufficiale – quella della Fondazione – chi gode della “simpatia” o del contatto diretto con l’associazione Limen trova i portoni spalancati. Il caso della direttrice del coro di voci bianche del Teatro Verdi è, in tal senso, emblematico. Per accedere a spazi pubblici occorrono richieste, approvazioni, verifiche di sicurezza e di idoneità. Tutto ciò è avvenuto? Ci piacerebbe avere una risposta, magari carte alla mano. Ci troviamo dunque davanti a una situazione assurda: una personalità del Teatro Verdi, realizza un evento in una sede apparentemente non autorizzata, aperta ad hoc da colui che non è nemmeno più il presidente di un’associazione che, a sua volta, non dovrebbe avere il potere di decidere chi entra e chi esce da un bene della Fondazione Menna. Se la Fondazione fosse un essere senziente, proverebbe probabilmente un imbarazzo lancinante. Essere ridotti a semplici spettatori mentre un privato fa il bello e il cattivo tempo in casa propria è l’umiliazione definitiva per qualsiasi ente che si rispetti. Il messaggio che passa alla città è devastante: le regole valgono per i “signori nessuno” che provano a proporre cultura passando per i canali ufficiali, mentre per gli amici e i contatti giusti vige la regola dell’accoglienza ad personam. Non si tratta di puntare il dito contro la Maestra Noschese, che ha probabilmente agito con lo spirito pratico di chi deve portare a casa un risultato artistico, ma di interrogarsi sulla tenuta delle nostre istituzioni. Com’è possibile che il Direttore del coro del Teatro Verdi debba ringraziare un membro di un’associazione per avere uno spazio? Dov’era la Fondazione Menna in quel momento? Chi ha autorizzato l’ingresso? C’è un verbale, un’assicurazione, un protocollo che copra queste attività o siamo nel campo dell’anarchia gestionale mascherata da operosità culturale? L’impressione, sgradevole quanto persistente, è che la Casa del Combattente sia diventata una sorta di zona franca. Un luogo dove l’associazione Limen si muove come proprietaria esclusiva, relegando la Fondazione a un ruolo di facciata, utile solo a dare una parvenza di ufficialità a una gestione che di ufficiale sembra avere ben poco. Chi ha il compito di osservare le dinamiche di questa città non può non notare come questo ennesimo episodio confermi la deriva di chi è convinto di poter disporre di beni e spazi pubblici a proprio piacimento. Resta l’amaro in bocca per una Fondazione che è stata, di fatto, commissariata dalla realtà. Una realtà in cui il pubblico abdica, il privato occupa e le regole diventano un fastidioso optional per chi ha le chiavi giuste. Che imbarazzo, per chi ancora crede che la cultura debba essere una casa di vetro e non un magazzino privato aperto solo agli amici. La speranza è che questo “grazie” pubblico serva almeno a svegliare chi di dovere, prima che della Fondazione Menna resti solo la targa sulla porta del Lungomare, mentre dentro si continua a giocare a fare i padroni con la roba degli altri. Salerno meriterebbe una gestione della cosa pubblica che non debba passare per il filtro di un’associazione onnipresente e di un presidente “ombra” che apre porte non sue.





