Diocesi. Tra l'ombra del dubbio e il bisogno di decisioni - Le Cronache Attualità
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Diocesi. Tra l’ombra del dubbio e il bisogno di decisioni

Diocesi. Tra l’ombra del dubbio e il bisogno di decisioni

Di fronte a scadenze cruciali e scelte pastorali complesse, la comunità diocesana assiste a un governo esitante. Tra votazioni “sospese” e consulte d’emergenza, tra il clero cresce l’insofferenza per una leadership che fatica a decidere. In una fase storica di grandi trasformazioni e di profondi cambiamenti strutturali, la gestione di una Diocesi richiede chiarezza d’intenti, trasparenza amministrativa e, soprattutto, una tempestività di governo non più rinviabile. Eppure, l’immagine che emerge dall’ultimo capitolo della vita diocesana è quella di una guida pastorale frenata dall’incertezza, perennemente divisa tra il ruolo ufficiale e la presenza ingombrante di figure d’influenza che ne condizionano l’operato. L’episodio simbolo di questo momento di empasse riguarda il futuro del Seminario, una delle questioni più delicate sia sotto il profilo pastorale che sotto quello patrimoniale. Per affrontare il tema della sua destinazione, si è scelto di chiamare al voto il Consiglio Presbiterale per la costituzione di una commissione ad hoc. Una decisione democratica e di ascolto sinodale, se non fosse che il seguito ha trasformato la procedura in un caso di malgestione istituzionale. L’esito di quel voto non è stato comunicato con la dovuta immediatezza. Sono dovuti trascorrere circa dieci giorni, e ci si è mossi solo a seguito del sollecito di un presbitero che ha chiesto apertamente conto dei risultati, perché il processo riprendesse vita. Ma anziché procedere lungo la strada tracciata dalla votazione del Consiglio, la scelta è stata quella di prendere tempo, richiamando in causa un ulteriore confronto con i Vicari Foranei. Un contromano procedurale che fa sorgere una domanda spontanea: a cosa serve consultare un organo collegiale se poi l’esito viene sospeso o congelato di fronte alla necessità di un’ennesima mediazione? Un pastore o un amministratore diocesano che non dimostra piena consapevolezza e autonomia nelle proprie determinazioni rischia di paralizzare l’intera macchina ecclesiale. Governance non significa autoritarismo, ma capacità di assumersi la responsabilità dell’ultima parola dopo aver ascolstato gli organi competenti. Quando la decisione viene sistematicamente rinviata o subordinata all’opinione di consiglieri d’ombra o di ulteriori passaggi interlocutori, il messaggio che arriva alla comunità è quello di una leadership debole. Una Diocesi articolata e complessa richiede scelte immediate, ferme e orientate esclusivamente al bene comune dei fedeli e del clero. Tra le file dei sacerdoti il clima che si respira è ormai saturo di perplessità. L’esitazione del vertice finisce per riflettersi sull’intero corpo diocesano, alimentando frustrazione e disaffezione. Non è un caso che tra i presbiteri si sia diffuso un amaro sfogo popolare, un richiamo al vecchio detto secondo cui “se il pesce puzza dalla testa, poco di buono si troverà poi nel piatto”. Un’immagine forte, forse severa, ma che restituisce la misura della stanchezza di chi si trova sul territorio a dover gestire le emergenze quotidiane senza poter contare su una regia centrale autorevole e determinata. La comunità non chiede un uomo solo al comando, ma un pastore che sappia guidare con coraggio, rispettando i processi partecipativi e garantendo risposte tempestive, senza lasciarsi imbrigliare da eterni dubbi o condizionamenti esterni. Allora vengono in mente le parole del don Gentile dobbiamo blindare Bellandi nelle decisioni quindi dobbiamo essere noi in tutte le commissioni ed avere la maggioranza in modo che nessuno può scalfire noi e l’Arcivescovo, senza rendersi conto il Vescovo Ombra che sta portando al baratro completo ed assoluto una diocesi e mettendo il Bellandi in situazioni incresciose e che presto si ritorceranno contro. Meglio avere un Vescovo decisionista che un Vescovo ombra. Chi vivrà vedrà