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Cava, svuotati i conti correnti dei beneficiari

Cava, svuotati i conti correnti dei beneficiari

di Peppe Rinaldi

 

Dev’esserci stato un rave party permanente al Comune di Cava de’ Tirreni, diversamente non si spiegano tante stranezze. Tutti strafatti, sbronzi, sovra-eccitati o sub-eccitati al punto da annebbiarsi la mente e non accorgersi (diciamo) che i soldi fluivano dalla cassa pubblica verso quella di soggetti, fisici e giuridici, per un totale a sei zeri? Se per quattro anni circa l’andazzo è stato questo potrebbe voler dire che l’euforia stupefacente abbia prevalso. Due milioni e mezzo, forse più, forse meno, conta poco: è il concetto che conta e incuriosisce, fosse stato anche un solo euro a sparire. Per tutto ciò stanno «scannando» il solo Francesco Sorrentino, ex boiardo dei Comuni di Cava e Paestum, stritolato dal meccanismo che egli stesso governava finché gli è stato possibile: poi, il famoso diavolo che fabbrica le pentole dimenticando i coperchi è tornato in scena impartendo la solita lezione, prima con la sospensione e poi col licenziamento dal Comune, nella conseapevolezza di avere davanti anni di via crucis tribunalizia. Come finirà lo sa solo il Padreterno, peraltro Sorrentino è pur sempre innocente fino a prova contraria: è la fenomenologia di tutta questa storia che, però, attrae e istiga al racconto costante e aggiornato, nei limiti delle possibilità. Oggi, scoperto l’inghippo è successo il patatrac e molti corrono in avanti per non restare indietro. Sorrentino continua a difendersi con le unghie e con i denti, com’è giusto che sia: ora è in attesa della pronuncia del giudice del lavoro cui s’è rivolto contro il licenziamento patito, prepara la difesa, contrattacca e denuncia, annunciando di fatto nuovi risvolti della storia: l’uomo, si sa, è depositario di molte informazioni, artefice di numerose relazioni, protagonista di diffuse manovre per conto di questo o quel blocco di potere, di questo o quel partito politico, fu battezzato dal centrodestra dell’ex sindaco Marco Galdi, che lo introdusse in un certo mondo, salvo finire – sussurrano –  con la tessera del Pd in tasca, un classico.

 

Conti correnti svuotati da tempo

 

Una parte dei soldi è rientrata, un’altra potrebbe farlo ma il grosso chissà dov’è, forse in Romania, forse nei paraggi, vedremo. Difficilmente troveranno le somme incriminanti gli investigatori, sguinzagliati dall’autorità giudiziaria a quattro mesi dallo scoppio dello scandalo nel novembre 2024, dopo aver collezionato nei propri uffici qualche quintale di esposti, segnalazioni e denunce sul Comune e pure sul Cfi (quest’ultime dirottate a Salerno per competenza) contenenti di tutto e di più, veleni e immondizie varie alternati con piste serie e concrete. In un’eventuale ricostruzione dello storico bancario di un indiziato a caso, gli inquirenti al massimo troveranno traccia di uno schema che, banalmente, sarebbe pressappoco questo: erogazione in sordina, incasso del bonifico con relativa disponibilità delle cifre, permanenza di 24/48 ore dei soldi sul conto corrente, prelevamento di contanti allo sportello (quando c’è) o attraverso il circuito Atm in più fasi, soprattutto nei giorni a cavallo tra la fine del mese e l’inizio del successivo per aggirare i limiti imposti dalla banca e caricare più liquidi: il tragitto che potrebbe aver compiuto dopo il contante, i nostri cinque lettori possono immaginarlo con relativo agio.

 

300mila euro in famiglia e un beneficiario che non si trova

 

Le ultime da Cava sarebbero queste. Le ricerche di alcuni beneficiari dei bonifici illegali per farsi restituire i soldi non hanno dato esito positivo anche in un altro caso, tra quelli già ricordati in precedenza. Infatti, pare non si riesca a rintracciare un altro dei privati individuati quali percettori indebiti (si tratterebbe di tal Aureliano Iovine, membro di una delle tante associazioni che girano attorno agli enti locali). Ma la vera novità è che circa trecentomila euro sarebbero stati chiesti in restituzione a quell’impiegato della società maceratese, la “Halley”, dislocato negli uffici finanziari di Cava da circa quattro anni. Ne abbiamo scritto nella scorsa puntata di questo surreale viaggio in una città sfregiata da vicende quasi «dadaiste», dove l’assurdo e il non-sense si fanno materia, con un certo scorno per tanti. Si direbbe: ma che c’entra la politica, questa è una faccenda interna all’apparato burocratico, sono i dirigenti a fare e disfare. E’ vero ma solo in parte, perché l’assessore al Bilancio, ad esempio, pare assistesse alla redazione dello strumento finanziario dell’ente ad opera dello scafato Sorrentino e di questo impiegato misterioso, lo dicono tutti in Comune. Facile, dunque, farsi le classiche domande: cosa guardava l’assessore? E il dirigente accanto, quello sopra e quello sotto? E il segretario comunale, capo dei capi di settore di tutta la baracca? E i revisori del conto? E il sindaco stesso? Quattro anni sono pochi o sono tanti, forse Sorrentino è un vero genio?  Sta di fatto che i soldi andavano e venivano, anzi, andavano soltanto. Il mai chiarito per davvero scandalo Cofima si vede che è stato il solito debole insegnante. Adesso a tal Nicola Paciello – spiace a volte nominare le persone ma la cronaca è cronaca e ha le sue regole – alla di lui consorte e, pare, anche alla mamma o suocera, il Comune di Cava avrebbe chiesto la restituzione di 300mila euro. Trecentomila euro non sono spiccioli, sono molti soldi al mese che entrano in cassa, familiare sì ma pur sempre cassa, benché anomala, se gli sviluppi futuri confermeranno. Ora anche qui la domanda è: a che titolo sono stati dati i soldi a questo gruppo di famiglia? Il dipendente della Halley nelle stanze del Municipio era notato da tutti e tutti si chiedevano cosa ci facesse lì, senza però osare domande (dev’esserci un clima mefitico se i dipendenti hanno paura di parlare…). Il lavoratore è dipendente della Halley, la società che ha vinto la gara per la gestione informatica degli strumenti finanziari, ma questo lo abbiamo già spiegato la volta scorsa. Paciello sarebbe stato distaccato nella stanza di Sorrentino, al quale faceva esclusivo riferimento: avrebbe dovuto fare dei corsi di formazione al personale ma di questi corsi pare che nessuno sappia niente, anche se è facile immaginare che da qualche parte spunti una carta qualsiasi a mo’ di pezza d’appoggio, una convenzione cervellotica, ad esempio, con clausole, postille e cavilli all’italiana; redigeva, poi, il bilancio dell’ente, quindi si occupava di questioni importanti, certo non aiutava l’usciere ad aprire il portone ogni mattina. Chi l’aveva delegato? Ci sono atti di supporto formali, come le regole minime di base imporrebbero negli enti pubblici? L’apparato politico, istituzionale e di controllo come mai non profferiva parola, non sapeva, non vedeva, non si faceva domande? Ancora: perché Paciello è stato allontanato dal Comune quando lo scandalo è scoppiato? In genere le società appaltatrici di servizi allegano nei contratti anche forme di assistenza tecnica e specialistica, una facoltà di norma contrattata nelle relazioni bilaterali tra soggetti giuridici. Leggendo le carte relative alla Halley si parla di prestazioni e rendiconti calcolati di volta in volta in dieci giorni, un rituale atipico sembrerebbe. Ma una cosa è pagare qualche migliaio di euro per assistenze, tra l’altro, da concordare nel corso dell’anno, altra cosa sono 300mila euro in favore di un impiegato privato e di sua moglie. Con suocera di contorno.

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