Anno giudiziario, scontro sul referendum - Le Cronache Ultimora
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Anno giudiziario, scontro sul referendum

Anno giudiziario, scontro sul referendum

di Erika Noschese

Oltre i numeri, oltre le relazioni tecniche e il consueto bilancio dei carichi pendenti. L’inaugurazione dell’anno giudiziario a Salerno, svoltasi ieri nella cornice solenne del Palazzo di Giustizia, ha dismesso i panni della ritualità istituzionale per farsi arena di uno scontro politico senza precedenti. Al centro del dibattito, con una forza d’urto che ha diviso nettamente i protagonisti, i prossimi referendum sulla giustizia: una sfida aperta che ha visto magistratura e avvocatura schierate su fronti opposti, trasformando l’aula in un laboratorio di contrasti tra chi teme lo smantellamento dell’autonomia delle toghe e chi reclama, con forza, uno shock democratico per riformare il sistema. Non più solo una cerimonia di rito, dunque, ma un vero e proprio duello a distanza tra il “sì” e il “no”, dove le visioni di magistrati e penalisti si sono incrociate in un clima di palpabile tensione ideale. La discussione ha preso quota immediatamente, travalicando l’analisi dei flussi di lavoro per toccare i gangli vitali della Costituzione. Quello che solitamente è un momento di sintesi istituzionale si è trasformato in una tribuna politica di altissimo livello, dove il tecnicismo giuridico è diventato il linguaggio per esprimere visioni contrapposte della democrazia. La magistratura salernitana ha scelto di non sottrarsi al confronto, denunciando con fermezza i rischi di una deriva che definisce pericolosa, mentre l’avvocatura ha colto l’occasione per ribadire la necessità di un cambiamento strutturale che passi per il voto popolare. Il protagonista indubbio della giornata, per ampiezza di argomentazioni e rigore analitico, è stato Elia Taddeo, Procuratore Generale facente funzioni presso la Corte d’Appello di Salerno. Il suo intervento ha rappresentato una disamina critica e accorata di tutti i quesiti referendari, interpretati come un potenziale pericolo per la coerenza del sistema giustizia. Taddeo ha esordito ieri mettendo in discussione l’opportunità stessa dello strumento referendario per materie di tale complessità: “Il ricorso allo strumento del referendum abrogativo per intervenire in una materia di tale spessore tecnico e delicatezza costituzionale come l’ordinamento giudiziario e le norme penali appare quanto mai improprio, poiché rischia di generare vuoti normativi incolmabili o di produrre un sistema incoerente e frammentato, privo di quella visione d’insieme necessaria per una riforma organica che solo il legislatore dovrebbe garantire”. Entrando nel merito dei quesiti, Taddeo si è soffermato con particolare preoccupazione sulla separazione delle carriere e sulla valutazione dei magistrati da parte dei componenti laici. Sul primo punto, ha avvertito che “separare nettamente le carriere di giudici e pubblici ministeri significa spezzare l’unità della giurisdizione, con il rischio concreto che il pubblico ministero perda definitivamente quella cultura del limite e quel senso di terzietà che gli derivano proprio dall’appartenenza a un unico ordine, finendo per trasformarsi in una sorta di super-poliziotto orientato esclusivamente all’accusa e non più alla ricerca della verità anche a favore dell’indagato”. Sulla questione della partecipazione degli avvocati alle valutazioni di professionalità dei magistrati, il Procuratore ha espresso un netto diniego: “Consentire ai membri laici, e nello specifico agli avvocati, di esprimere un voto sulla progressione di carriera dei magistrati con i quali quotidianamente si confrontano nelle aule rappresenta un vulnus all’indipendenza interna della magistratura, introducendo il pericolo che il giudice possa sentirsi condizionato o che la sua valutazione diventi oggetto di logiche di scambio o di pressioni estranee alla verifica della sola competenza tecnica”. Taddeo non ha risparmiato critiche nemmeno ai quesiti sulla legge Severino e sulle misure cautelari. In merito alla Severino, ha sottolineato come “l’abrogazione automatica della norma porterebbe a un’ingiustificata disparità di trattamento, privando lo Stato di uno strumento essenziale per la tutela della trasparenza e dell’onorabilità delle pubbliche istituzioni”. Sulle misure cautelari, ha denunciato il pericolo di una paralisi operativa: “Limitare drasticamente il ricorso alla custodia cautelare per il rischio di reiterazione del reato, soprattutto per fattispecie di reato che, seppur comuni, sono fonte di grande allarme sociale, significherebbe privare l’autorità giudiziaria di un baluardo fondamentale per la sicurezza dei cittadini, esponendo la società a rischi che non possono essere sottovalutati”. A sostegno della linea del no, pur con una prospettiva più marcatamente associativa, si è inserita Katia Cardillo, in rappresentanza dell’Associazione Nazionale Magistrati. Il suo intervento ha puntato tutto sulla difesa dell’autonomia come garanzia per il cittadino, piuttosto che come privilegio di casta. “L’ANM guarda con estrema preoccupazione a questi quesiti referendari che, dietro lo schermo di una pretesa riforma democratica, nascondono l’intento di isolare il magistrato, rendendolo più fragile di fronte alle correnti esterne e meno autonomo nelle sue decisioni di quanto lo sia oggi”, ha dichiarato Cardillo con fermezza. Per la rappresentante dell’ANM, la separazione delle carriere è il grimaldello per scardinare il sistema attuale: “Dividere le carriere non serve a garantire una maggiore imparzialità del giudice, ma è il preambolo necessario per sottoporre il pubblico ministero al controllo, diretto o indiretto, del potere esecutivo. Un pubblico ministero isolato è un pubblico ministero più facilmente influenzabile dalla politica, e questo è l’esatto opposto di ciò che serve a una democrazia matura. L’indipendenza non è un privilegio dei magistrati, ma è lo scudo dei cittadini contro ogni possibile arbitrio del potere”. Diametralmente opposta la lettura fornita da Michele Sarno, Presidente della Camera Penale salernitana, che ha interpretato il sentimento dell’avvocatura vedendo nei referendum un’occasione storica e irripetibile di cambiamento. Sarno ha ribaltato il paradigma dei magistrati, ponendo l’accento sul fallimento delle riforme parlamentari. “Siamo convintamente a favore dei referendum perché rappresentano l’unico shock democratico possibile per un sistema che ha dimostrato di non saper guarire da solo e di non voler rinunciare ai propri privilegi autoreferenziali. Quando la politica fallisce la sua missione riformatrice per troppo tempo, la parola deve necessariamente passare al popolo”, ha esordito Sarno nel suo intervento di ieri. Il cuore del suo discorso è stato la rivendicazione della figura del “giudice terzo”, possibile solo, a suo dire, attraverso la separazione delle carriere: “La separazione delle carriere non è un atto di ostilità verso la magistratura, ma un passaggio obbligato per attuare finalmente l’articolo 111 della Costituzione sul giusto processo. Il cittadino ha il diritto fondamentale di essere giudicato da un magistrato che sia realmente equidistante dalle parti, non da qualcuno che condivide con la pubblica accusa uffici, percorsi formativi e appartenenze associative. Oggi la contiguità tra chi accusa e chi giudica altera inevitabilmente la percezione di imparzialità che è alla base della fiducia che i cittadini dovrebbero nutrire nel sistema giustizia”. Sarno ha poi risposto direttamente alle preoccupazioni sui consigli giudiziari: “Vogliamo semplicemente una valutazione che sia trasparente e partecipata, dove anche chi vive il processo dalla parte della difesa possa testimoniare sulla professionalità e sull’equilibrio di chi siede sullo scranno del giudizio. Non si tratta di esercitare pressioni, ma di attivare un controllo sociale necessario a migliorare la qualità di una magistratura troppo spesso chiusa in logiche corporative”. L’atmosfera ieri a Salerno era quella delle grandi occasioni, ma con un retrogusto di inquietudine istituzionale. Il passaggio dalle statistiche ai massimi sistemi del diritto ha reso evidente che il prossimo appuntamento referendario sarà vissuto come un vero spartiacque. Le parole di Taddeo hanno risuonato come un monito alla prudenza e alla tutela di un ordine che, pur con i suoi difetti, garantisce l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Di contro, la Cardillo ha serrato i ranghi di una magistratura che si sente sotto assedio, mentre Sarno ha dato voce a chi ritiene che il sistema non sia più emendabile dall’interno e necessiti di una spinta esterna, popolare e risolutiva. Il confronto salernitano ha così cristallizzato le due visioni del mondo che si scontreranno alle urne. Da un lato la magistratura di vertice e associata, che legge nei referendum un tentativo di indebolimento della funzione giurisdizionale e un pericolo per l’equilibrio dei poteri; dall’altro l’avvocatura penale, che vede nel voto popolare lo strumento per scardinare quello che definisce un “monolitismo burocratico” a favore di una maggiore terzietà del giudice. La cerimonia di ieri ha confermato che il dibattito non è più solo confinato agli addetti ai lavori, ma è squisitamente politico nel senso più alto del termine, toccando le corde del rapporto tra poteri dello Stato e garanzie individuali. In questo clima di contrapposizione frontale, il Palazzo di Giustizia di Salerno si è fatto portavoce di un’inquietudine diffusa che accompagnerà tutto il percorso verso il voto, lasciando intendere che, qualunque sia l’esito, i rapporti tra le diverse anime della giustizia italiana sono destinati a mutare radicalmente. Resta sul campo l’immagine di una cerimonia che, abbandonata la forma, ha scelto la sostanza della politica, consegnando ai cittadini una mappa chiara, seppur divisa, del futuro della legalità in Italia.