Paolo Portoghesi: la Sacra Famiglia di Fratte - Le Cronache Attualità
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Paolo Portoghesi: la Sacra Famiglia di Fratte

Paolo Portoghesi: la Sacra Famiglia di Fratte

Paolo Portoghesi: il maestro Borromini e la Sacra Famiglia di Fratte.

La Sacra Famiglia

Passa il Tempo, un Gioiello Immenso.

Con Gigliotti e Portoghesi,

Sei Il Tempio dei Frattesi.

Cerchi e Cupole, verso l’Altissimo,

Arte e fede, nel luogo “Divinissimo”.

I Padri Dottrinari da anni vi dimorano,

Il Culto e l’Amor, mai non muoiono.

A Te, che sei l’incontro della gente,

Fra canti e Preghiere, Sei parte Vivente.

L’Immacolata Concezione,

Festa Eterna, per Il Rione.

Se per altri sei la “Cattedrale nel Deserto”,

Per noi la “Sacra Famiglia”,

Un Amore che va Protetto.

Di Orlando Santoro

 

 

Paolo Portoghesi è nato a Roma nel 1931. È cresciuto in un palazzo di via Monterone, nel cuore storico della capitale, tra il Pantheon e la chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza, progettata da Francesco Borromini. La lanterna di questa chiesa era un elemento chiave della vita quotidiana del giovane Portoghesi. Egli stesso affermò:    «Più che sceglierlo, credo che Borromini sia stato un maestro assegnatomi dal destino. Fin da bambino, mi ha attratto in modo intenso ed emozionante » .

Infatti, Sant’Ivo alla Sapienza, insieme all’Oratorio dei Filippini, esercitava un fascino che segnò tutta la sua carriera di architetto e intellettuale.

A 14 anni, scrisse un breve saggio su Borromini, il primo di una serie consistente. Così, nel 1953, lo studente di architettura, ventiduenne, pubblicò il suo primo articolo su Borromini sulla rivista “Civiltà delle Macchine”. Tra il 1953 e il 1967, trecentesimo anniversario della morte di Borromini, Portoghesi pubblicò ventuno articoli e due monografie nonchè un’edizione “dell’Opus Architectonicum”, sempre dedicate al suo sommo maestro. Vale la pena aggiungere a questo elenco anche le sue pubblicazioni sull’architettura barocca, in particolare “Roma barocca”, pubblicata nel 1966, che dedica ampio spazio al maestro del barocco ticinese.

Nel frattempo, nel 1968, la congregazione dei padri dottrinari di Fratte, storico quartiere di Salerno, dovette cedere un terreno alla Società Autostrade, per la costruzione di un ulteriore tratto autostradale, e quindi la chiesa Santa Maria dei Barbuti, venne dismessa, e l’allora parroco della zona , P. Nicola Roberti, chiese fondi per la costruzione, di un nuovo luogo di culto religioso. Il progetto della Chiesa della Sacra Famiglia, fu affidato all’architetto Paolo Portoghesi e al suo collaboratore, l’ingegnere Vittorio Gigliotti . La consacrazione avvenne nel 1974. In seguito al Concilio Vaticano II (1962-1965), l’obiettivo principale di questo progetto era quello di implementare la nuova liturgia e promuovere così “la partecipazione attiva dei fedeli”, come prescritto dal  Sancrosanctum Concilium . Il programma di lavoro, doveva quindi essere coerente con la chiesa cattolica romana, pur proponendo una nuova soluzione architettonica. Portoghesi, è sicuramente ispirato dal barocco di Borromini, assimilando, fin da subito la sensibilità geometrica. I principali elementi di ispirazione borromiana presenti nella Sacra Famiglia includono: la geometria complessa e mistilinea, infatti Borromini utilizzava l’intersezione di triangoli equilateri e cerchi per generare la pianta a stella di Sant’Ivo, Portoghesi sviluppa la chiesa di Fratte basandosi su una complessa matrice geometrica di cerchi concentrici e forme curve intersecate.

La continuità spaziale e il dinamismo: la struttura rinuncia ai rigidi schemi ad angolo retto del razionalismo moderno. Il movimento ondulatorio delle pareti e dei volumi richiama la celebre facciata e l’interno sinuoso di San Carlino.

La luce come elemento plastico: L’architettura di Fratte cattura e modula la luce zenitale attraverso anelli e stratificazioni successive che guidano l’occhio verso l’alto, un chiaro omaggio alla spettacolare luminosità della cupola e della lanterna spiraliforme di Sant’Ivo.
Portoghesi spiega nella sua “autobiografia scientifica” le inibizioni dell’architettura moderna che  attraverso lo studio dell’opera di Borromini, comprese che il cilindro a base ellittica, considerato come l’involucro del corpo umano, può sintetizzare la presenza del corpo.
Pertanto, egli utilizza piani analitici per studiare l’opera di Borromini disegnando una serie di cerchi concentrici.
Per Portoghesi, la forza esercitata da un oggetto architettonico su un individuo è mediata in particolare dalla sua materialità. In questo senso, il legame tra struttura architettonica e spazio è paragonabile a quello tra un polo magnetico e il campo che esso genera. Questa nozione di campo permette quindi a Portoghesi di non considerare più lo spazio come una mera contro-forma dell’involucro architettonico. Egli definisce questa concezione la teoria dello spazio come sistema di luoghi. Seguendo questo metodo, nella chiesa di Salerno, sei centri generano sei campi realizzati come serie di cerchi concentrici che delineano la composizione spaziale dell’edificio. La chiesa della Sacra Famiglia rappresenta il culmine di questa ricerca, iniziata dieci anni prima, nel 1959, con Casa Baldi alla periferia di Roma. L’amicizia tra Portoghesi e Christian Norberg-Schulz fu certamente un fattore determinante in questo lavoro. Le ricerche di Portoghesi sull’architettura barocca e sul Genius Loci influenzarono il suo pensiero.
Nella sua monografia del 1967 , Portoghesi individua dieci figure retoriche nel linguaggio architettonico di Borromini: metafora, antitesi, ossimoro, ironia, allegoria, personificazione, gradazione, anastrofe, epifora ed ellissi. Nella sua chiesa, Borromini ne utilizza almeno due. La prima è la metafora naturale. Borromini impiegava sculture o elementi architettonici ispirati a forme presenti in natura. La lanterna della Sapienza, ad esempio, imita la forma di alcune conchiglie. Sappiamo dall’inventario redatto dopo la sua morte che nella bottega del maestro erano presenti diverse tipologie di conchiglie . L’elica della lanterna allude anche alla Torre di Babele e all’idea di crescita. L ‘altra figura retorica è l’antitesi, ovvero la combinazione di elementi opposti. L’esempio più evidente nell’opera di Borromini è l’opposizione concavo-convesso che si ritrova, tra gli altri, nella facciata di San Carlino alle Quattro Fontane . Portoghesi utilizza questa figura retorica e impiega anche un’opposizione tra pareti dritte e curve, e tra superfici piane e superfici a gradoni. Occorre specificare che a Salerno, Portoghesi usa la metafora dell’albero. La chiesa viene paragonata a un albero. I cerchi concentrici illustrano la sezione trasversale di un albero. Così, la chiesa contiene al suo interno tre alberi a formare la volta: ”  all’ombra di  tre grandi alberi”, come scrive e disegna in uno studio, e ”  il  sole”, a indicare l’illuminazione zenitale. La copertura esterna non è una cupola tradizionale, ma una struttura fortemente plastica e dinamica formata dall’intersezione di grandi anelli e cilindri concentrici in cemento armato. Questo sistema crea un profilo gradonato e scultoreo che si innalza verso il cielo. La metafora della Trinità: Come Borromini utilizzava complesse matrici geometriche basate sul triangolo per evocare la Trinità a Sant’Ivo, Portoghesi utilizza qui la sovrapposizione e l’intersezione di tre cerchi convessi. Il cerchio simboleggia la perfezione divina e l’infinito.
Inoltre, Portoghesi analizza la modanatura delle cornici nell’opera di Borromini. Vi scorge la volontà di manipolare la luce in modo da generare pulsazioni luminose, con successioni di ombre e luci. Per definire questo processo, utilizza un termine generalmente applicato all’opera di Leonardo da Vinci: sfumato . Nella chiesa della Sacra Famiglia , questo processo è amplificato dall’uso di una volta a gradoni. Tale volta permette anche la realizzazione della terza dimensione dell’opera spaziale come sistema di luoghi. In questo modo, Portoghesi genera un ritmo di luce graduale e gradato che diffonde la luce proveniente dall’unica sorgente luminosa zenitale posta sopra l’altare. L’altare viene così illuminato al centro dell’edificio. La luce zenitale è completata dalle finestre periferiche che rispettano il modulo di 25 centimetri dell’edificio. Queste finestre accentuano l’effetto di diffusione della luce verso l’esterno. A differenza di Borromini, nella chiesa di Portoghesi il progetto delle facciate non è separato dallo spazio interno. Non viene inserito alcuno spazio intermedio e la spessa facciata scompare, mantenendo così una continuità tra interno ed esterno. D’altra parte, ritroviamo un trattamento dell’angolo, simile a quello utilizzato da Borromini nella Casa dell’Oratorio di Roma, con un angolo convesso che definisce lo spazio esterno. Se Portoghesi si rifà all’opera di Borromini per affrontare la dualità tra continuità e discontinuità, è perché il legame con il passato è già presente nell’opera dell’architetto barocco.

Per Portoghesi la realizzazione della Sacra Famiglia, è stata fra le opere che maggiormente lo hanno rappresentato, anche se  considera “figli” tutti i suoi progetti, che ogni tanto va a trovare. Il lungo lavoro ed il suo immedesimarsi fra il vecchio ed il nuovo, lo hanno portato a riflettere, su una cosa molto importante, cioè che il movimento del postmodernismo è stato un liberarsi dalla schiavitù, una maggiore comprensione e rispetto per il suo lavoro. Il richiamo all’interiorità, è stato uno dei punti cardini di questo lungo percorso, infatti lui stesso disse: il Sacro mi ha costretto a ripensare il rapporto con l’architettura. Infatti , in un suo saggio, “Lo spazio Sacro”, l’architetto indaga  su come il tempio o il luogo di culto, debba porsi, come un segno di orientamento, e un punto di incontro collettivo, capace di coniugare memoria storica, e linguaggio contemporaneo, partire dalle radici e ricavarne del nuovo.

Paolo Portoghesi ci lascerà il 30 maggio del 2023 all’età di 92 anni, nella sua abitazione di Calcata, Viterbo, un maestro dell’invenzione, innovazione che ci ha affascinato con la sua grande capacità di creare, un intellettuale, storico, progettista, capace di unire la pratica del costruire, alla filosofia dell’arte.