Femminicidi, incapacità di parlarne. Incendi, incapacità di prevenirli - Le Cronache Attualità
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Femminicidi, incapacità di parlarne. Incendi, incapacità di prevenirli

Femminicidi, incapacità di parlarne. Incendi, incapacità di prevenirli

di Aldo Primicerio

Sono due non-sense del nostro tempo. I non-sense sono quei discorsi, quelle espressioni, quegli atteggiamenti, quelle decisioni sciocche, assurde, senza senso per l’appunto.

 

Il primo non-sense è nel racconto che molti media dedicano ai femminicidi

Un fenomeno, certo, complesso, grave, crudele. Ed in crescita esponenziale. In quest’ultimo periodo sei donne uccise in pochi giorni, un po’ dappertutto in Italia. E di lì, come purtroppo accade in questi casi, una reazione insopportabile di alcuni media, la solita giostra di dettagli morbosi, le interviste con vicini di casa increduli, di protagonisti assolitamente normali che poi cedono ad una follia inprovvisa. E poi la solita orgia di foto in tv e sui social. A mio modesto parere una sorta di fotovideo-pornografia, un modo intollerabile di raccontare la violenza di genere.

 

Che talvolta deraglia come un treno in corsa verso il rischio di generalizzazione del maschio criminale

E sì, perché il rischio esiste. Certo non nell’analisi criminologica e sociologica, che tiene a distinguere nettamente tra la radice culturale del fenomeno e la responsabilità dei singoli individui. Parlare di violenza di genere non significa definire ogni uomo un criminale, ma deve analizzare un fenomeno strutturale e relazionale. Eppure il rischio di generalizzazione c’è. Esiste nel dibattito pubblico, quello spicciolo in ascensore, al bar, sui social. Dove sono frequenti il superficialismo sommario e la comunicazione cosiddetta polarizzata, cioè quel processo in cui il linguaggio e lo scambio di idee si dividono in due posizioni opposte ed estreme..Dove si usano parole estreme per colpire l’emotività di chi ascolta. Dove il mondo si divide in “amici o nemici”, in “giusti o sbagliati”, senza vie di mezzo. eliminando le sfumature e il dialogo costruttivo. Dove non si cerca un punto d’incontro, ma solo la conferma delle proprie idee. E’ quella comunicazione che sfocia nella contrapposizione ideologica. Dove il dibattito si riduce ad uno scontro generalizzante, che rischia di spostare l’attenzione dalla prevenzione concreta dei segnali d’allarme (i cosiddetti reati spia) alla difesa identitaria. Nessuno se ne abbia. Ma questo identitarismo somiglia molto a quell’atteggiamento delle destre nel mondo che mettono al centro la difesa dell’identità etnica, culturale e territoriale dei popoli europei, opponendosi all’immigrazione di massa, alla globalizzazione e al meticciato culturale.

 

E se dei femminicidi provassimo parlarne di meno? O diversamente?O per niente?

L’ha scritto Giovanna Cosenza, docente di semiotica, la scienza che studia segni e simboli che poi creano un “senso”, quel legame che unisce un elemento presente ed un’idea assente. Una sorta di semiblackout mediatico per contrastare quel che ci accade davanti. Il racconto reiterato e ravvicinato di questi delitti sconfina nella romanticizzazione dei fatti (delitto passionale, raptus, eccesso di amore) e, purtroppo, nel rischio di emulazione. Persone affette da psicopatologie, da narcisismo ferito, da tendenze alla violenza, finiscono per imitare quel che vedono e leggono. Ed allora? Certo che zitti non possiamo stare. Come uscirne?. Bocciando ad es. la cronaca nera voyeuristica, la spettacolarizzazione morbosa di delitti e tragedie, quella che trasforma il dolore e la violenza in uno spettacolo di intrattenimento per il pubblico, sfruttando dettagli scabrosi, ricostruzioni ossessive e la violazione della privacy delle persone coinvolte. La nostra + solo una provocazione. Andrebbe sconvolto il sistema mediatico. Riformando percorsi, modi, culture di fare giornalismo, che non quello di oggi. Tutto molto difficile. Ma non impossible se un grande medium decide di farlo.

 

Il secondo non-sense è nell’impotenza del Governo di fronte alla marea di incendi che devastano il Paese

Un fenomeno mondiale, certo. Ma dove in Italia siamo capaci di fare peggio. Qui riduciamo i fondi per i parchi nazionali, difendiamo le fonti fossili, freniamo la transizione ecologica, sottovalutiamo fino a negare il cambiamento climatico. I precedenti governi di sinistra, certo, non sono stati capaci di fare meglio. Ma quello di Meloni ha trovato modi e forme per distinguersi. Ad es. etichettando gli allarmi ambientali come eco-follie o fanatismi, o spostando attenzione e soldi sulle armi all’Ucraina, sul riarmo, su droni e missili, sulle guerre, sugli affari, sulle lobby. Ne abbiamo già scritto. Ogni anno 1 miliardo sprecato per inseguire una inutile emergenza. La sola gestione e manutenzione tecnica della flotta Canadair dello Stato impegna contratti pluriennali superiori ai 360-400 milioni di euro, a cui si aggiungono decine di milioni per le ore di volo extra, autorizzate durante le emergenze estive. E poi c’è il costo reale del “dopo”. Quanto costa 1 ettaro bruciato? Quando il bosco va in fumo, il danno economico non si limita al legno perso. Le stime della Coldiretti e dell’Alleanza delle Cooperative Agroalimentari quantificano il conto per la collettività tra 10.000 e 20.000 euro per ogni singolo ettaro distrutto.

Altro interrogativo: perché scoppia un incendio? Sul Vesuvio, sulle Madonie, sull’Etna, in Sardegna o, più vicino a noi, sul Castello di Arechi a Salerno? Nel 70% dei casi è di origine dolosa, nel 15% è colposa cioè effetto di disattenzione o negligenza, nel 15% causato da fulmini o eruzioni. Pertanto l’autocombustione in pratica non esiste. Ergo, nell’85% dei casi dietro c’è l’umanità. Ed ancora più indietro c’è un demente, un delinquente, un bastardo. Chiamatelo come vi piace, perché ognuno di questi epiteti gli è appropriato.

 

Una delle risposte è che lo Stato è assente. Perché l’Italia non sembra più uno Stato.

E’ un groviglio. Di regioni e municipi ai quali i Padri Costituenti, con una previsione in buona fede e pregna di speranze, predissero un futuro di autonomia federalistica e di libertà. E poi per noi (noi, un governo, uno Stato) l’ambiente, la natura, non sono beni economici, non li regge un’equazione quantistica. Sono piuttosto beni strumentali, belli da vedersi, da respirarsi, di cui vantarsi. Ma se vanno in fumo peggio per loro. Perché lì, al Governo, hanno altro cui pensare. E non sanno imparare da chi, come WWF e Huawei, proteggono l’Oasi degli Astroni a Napoli con la tecnologia sensoristica e l’intelligenza artificiale. E non sanno andare a leggersi i fondi di LIFE, programma strutturale UE di lungo corso (2021-2027 con 5,43 miliardi di euro totali) focalizzato su progetti pilota, innovazione verde e biodiversità. Insomma non si sa leggere, studiare, fare confronti, fare prevenzione. Sono questi i non-sense. Nel linguaggio, nella scrittura, nella politica, Per distrarre il pubblico, mascherare la mancanza di idee reali, creare appartenenza emotiva, manipolare il consenso.