di Erika Noschese
Un omosessuale al quale viene negato il diritto di fare da padrino a un bambino e un sacerdote che glielo vieta, mettendo però da parte il proprio passato. Durante gli anni della sua consacrazione a Dio, infatti, avrebbe avuto una relazione con una donna e da quell’unione sarebbe nato un figlio. È una vicenda che pone interrogativi pesanti sulla coerenza di chi pretende di dettare regole morali agli altri. Il parroco appartiene all’Associazione Opera del Gregge del Bambin Gesù e su di lui, oggi, pende una segnalazione che ha l’amaro sapore dello scandalo. L’ennesimo che coinvolge il mondo ecclesiastico salernitano e che chiama in causa la Curia, la Conferenza Episcopale Italiana e, più in generale, quanti scelgono il silenzio di fronte a denunce e comportamenti che, almeno secondo quanto viene riferito, sembrerebbero entrare in contrasto con alcuni dei principi e dei dogmi della Chiesa cattolica. Attraverso queste colonne abbiamo già provato a ricostruire l’attività del Gregge. Oggi emerge una nuova vicenda, raccontata da persone che la religione la vivono quotidianamente e che rivendicano il diritto a vedere rispettati quei valori di accoglienza, misericordia e coerenza che dovrebbero caratterizzare la comunità cattolica. Proviamo, dunque, ad andare con ordine. Presso la chiesa Santa Maria degli Angeli, un neonato si appresta a ricevere il primo sacramento: il battesimo. La famiglia sceglie per lui quella che ritiene possa essere la persona giusta per accompagnarlo nel percorso di fede. Ma è proprio qui che sarebbe sorto l’ostacolo: il futuro padrino è omosessuale. E la sua condizione, secondo quanto riferito, sarebbe stata ritenuta incompatibile con il ruolo. Un «no» categorico alla famiglia. Una decisione che solleva una domanda inevitabile: siamo di fronte a una scelta coerente con i principi della Chiesa oppure a un’interpretazione particolarmente rigida della disciplina ecclesiastica? La vicenda assume poi contorni ancora più delicati quando si guarda al passato del sacerdote. Secondo quanto riferito da fonti che affermano di conoscere direttamente la vicenda, circa vent’anni fa il religioso sarebbe stato allontanato da Salerno per motivi di natura morale legati a una relazione con una donna. Da quella relazione sarebbe nato anche un figlio. All’epoca, la presunta veggente Lucia Salito avrebbe smentito la gravidanza, invitando i diretti interessati a sottoporsi a un test del Dna. Il test, sempre secondo quanto viene riferito, avrebbe successivamente confermato la paternità del sacerdote, che sarebbe stato quindi allontanato. Anni dopo, però, sarebbe arrivato il reintegro. Una decisione che viene ricondotta alla volontà di monsignor Andrea Bellandi, che avrebbe scelto di affidare al sacerdote un nuovo incarico, ad Acerno. Ed è proprio qui che, secondo alcuni fedeli, sarebbe iniziato un altro capitolo della storia. La presenza del sacerdote e le modalità di celebrazione, insieme ad alcune pratiche liturgiche e devozionali riconducibili all’ambiente del Gregge, avrebbero progressivamente allontanato i fedeli dalla chiesa. Una storia che oggi torna a galla per una vicenda apparentemente diversa, ma che pone una questione di fondo: quale misura deve valere per tutti quando si parla di fede, morale e accesso ai sacramenti? Perché se a un uomo viene contestata la propria vita affettiva fino a impedirgli di assumere il ruolo di padrino, è legittimo chiedersi se la stessa severità debba essere applicata anche a chi, chiamato a rappresentare la Chiesa, ha avuto un passato personale altrettanto complesso. Non è una questione di orientamento sessuale. È una questione di coerenza, trasparenza e rispetto delle regole. E soprattutto di una domanda che merita una risposta pubblica: chi stabilisce i confini della moralità e con quale metro vengono giudicati i comportamenti all’interno della Chiesa?








