Lucia Serino
A questo punto dell’estate si può già tentare un primo bilancio. Il mio punto di osservazione dice che ci sono almeno tre cose sono sparite dall’estate 2026. La prima è il topless. Non è un’impressione personale, né una nostalgia da spiaggia anni Ottanta. Il seno libero che per decenni è stato una presenza quasi istituzionale dei nostri litorali, si è ritirato. Colpa del sole, della paura dei tumori della pelle, dei social che hanno trasformato il corpo in una faccenda molto più sorvegliata di prima. Il topless non c’è più. E forse non c’è più neppure quell’istintiva libertà femminile della fine del Novecento. La seconda cosa che è diventata difficile da trovare è un gelato al caffè. Anche questa è una cosa del secolo scorso. Le gelaterie hanno fatto carriera. Ci sono il pistacchio caramellato, la mandorla salata, il cheesecake, il sesamo, la ricotta, il fico, il caramello salato e combinazioni per le quali, prima di ordinare, occorre ascoltare una breve presentazione dello chef. Il caffè, invece, è diventato un gusto demodé. Qualche giorno fa mia figlia mi ha mandato una fotografia da Pisticci, Basilicata jonica. Un cono gelato al gusto di baccalà e peperoni cruschi. Non scherzo. Mi ha scritto anche che era buonissimo. Meno male, ho pensato, che in Costiera amalfitana il gusto distintivo sono i limoni. Certo, ad Amalfi i turisti girano con certe secchiate di mezzo limone gigantesco che non ho capito dove si coltivano. Ma sempre meglio di un gelato alla colatura di alici. Forse esiste già e io non lo. La terza cosa, un po’ più seria, è la nostra ecoansia legata al clima sì ma innanzitutto ai nostri luoghi. Io seguo da molti anni le vicende delle regioni meridionali e ho imparato che il Sud, d’estate, diventa un grande laboratorio di contraddizioni. Tutti vogliono venire. Tutti vogliono restare. Tutti vogliono che il turismo cresca. E, contemporaneamente, appena arriva agosto, i residenti sembrano dirci con una certa cortesia: benvenuti, ma se possibile tornatevene a casa. Noi turisti, che ormai amiamo definirci cittadini temporanei dall’esperienza culturale di Matera2019, rispondiamo con l’argomento che ci sembra definitivo: «Sì, però noi portiamo i soldi». È il grande dialogo estivo del Mezzogiorno. Il copione continua ad essere lo stesso. Arrivano i turisti. Aumentano traffico, consumi, rifiuti, pressione sulle spiagge, sui depuratori, sulla viabilità. E puntualmente arrivano anche le discussioni. A Maiori compare una schiumata marrone e il mare diventa immediatamente un caso politico, sanitario, ambientale, social. Foto, video, indignazione. La spiegazione scientifica viene dopo. Prima viene il sospetto. In Calabria, nei giorni scorsi, davanti a fenomeni analoghi, si è già aperto il consueto capitolo delle responsabilità. A Diamante si è arrivati a indicare la vicina Maratea e il problema della mancata collettazione come possibile origine. Non so se sia così. Ma conosco bene il meccanismo. Ma è uno dei nostri problemi storici: quando qualcosa non funziona, cerchiamo subito il comune accanto, la regione accanto, il gestore accanto. Poi, magari, arrivano le analisi. La Costiera amalfitana, ad esempio. È uno dei paesaggi più conosciuti del mondo e uno dei territori più complicati da abitare. Una striscia di terra dove ogni centimetro è prezioso, dove la montagna arriva al mare e dove in estate il numero delle persone presenti può moltiplicarsi senza che strade, parcheggi, servizi e infrastrutture possano fare altrettanto. Eppure continuiamo a trattare agosto come un’emergenza imprevedibile. Ogni anno ci stupiamo che ci sia troppo traffico, che i parcheggi siano pochi, discutiamo degli scarichi, parliamo di depurazione, scopriamo che i servizi sono insufficienti.Ogni anno, a settembre, il problema evapora insieme ai turisti. Fino all’estate successiva. Mio figlio mi restituisce invece un’altra immagine della Costiera. Di spiagge trasformate di notte in luoghi di festa. Di serate senza controlli e senza ronde. Lo ascolto e penso che forse c’è un equivoco generazionale. Noi adulti abbiamo passato anni a spiegare ai ragazzi che devono preoccuparsi del futuro. Loro, intanto, hanno ereditato luoghi che noi abbiamo fatto crescere molto sul piano turistico e molto meno sul piano dei servizi. Prima che mio figlio arrivi alla mia età, forse dovremmo occuparci di questo. Non di come vendere un altro weekend in Costiera. Di come rendere la Costiera abitabile. La differenza è sostanziale. Significa ripensare le città costiere e quelle immediatamente a valle della Costiera amalfitana con luoghi pubblici nei quali si possa stare durante le ore più calde. Significa pensare seriamente agli anziani, soprattutto nei giorni delle ondate di calore. E significa, sì, costruire piscine urbane, pubbliche, accessibili. Soprattutto nella fascia a valle della Costiera, dove d’estate il mare è vicino ma non necessariamente accessibile a tutti, e dove l’idea che ogni problema possa essere risolto mandando la gente in spiaggia comincia a non funzionare più. Abbiamo sviluppato l’ecoansia e contemporaneamente continuiamo a costruire estati che sembrano progettate contro il clima mentre cerchiamo refrigerio, alberi, acqua, ombra. Ma intanto continuiamo a misurare la qualità dell’estate con il numero di persone che riusciamo a portare al mare. Forse dovremmo cambiare parametro. Una buona estate non dovrebbe essere quella nella quale arrivano più persone possibile. Dovrebbe essere quella nella quale chi arriva sta bene e chi vive lì sta bene tutto l’anno. Per il gelato al caffè, invece, temo non ci sia più nulla da fare. Trovarlo è davvero una rarità.









