La tastiera argentina di Martha Noguera - Le Cronache Spettacolo e Cultura
Musica Spettacolo e Cultura

La tastiera argentina di Martha Noguera

La tastiera argentina di Martha Noguera

Di Olga Chieffi

Dopo il grande successo, delle Domeniche di maggio, della rassegna “ArcheoAperiMusica”, la Società dei Concerti prosegue la stagione concertistica 2026 con due eventi straordinari questa sera e l’8 giugno, rispettivamente a Villa Fondi di Piano di Sorrento alle ore 20,30 e nella Chiesa di Santo Stefano a Capri alle ore 19,30. Protagonista la pianista italo – argentina Martha Noguera, con un recital ammaliante dal titolo “Classicismo, Romanticismo ed Impressionismo” (Beethoven, Chopin, Ravel). Gli eventi sono organizzati in collaborazione con l’Amministrazione Comunale di Piano di Sorrento, nella persona del neo-eletto Sindaco Salvatore Cappiello, dell’Assessore alla Cultura, Turismo e Spettacolo, Giovanni Iaccarino, del responsabile del I Settore, Giacomo Giuliano,e la Parrocchia di Santo Stefano di Capri ed il patrocinio dalla Regione Campania, per la direzione artistica del Maestro Paolo Scibilia. “L’iniziativa arricchisce l’offerta turistico – culturale del territorio – ha commentato il direttore artistico- L’alta qualità ed i programmi fruibili e comunicativi assicurano il successo di eventi di questo genere. Bellezze architettoniche, naturali e paesaggistiche dei luoghi si fondono con quelle della grande musica. Un’armonia indescrivibile di sensazioni, emozioni e suggestioni, immersi in una pluralità di suono, spazio, tempo, arte, storia e meditazione spirituale, tra la grande musica e le bellezze dei luoghi che la accolgono. Perché se è vero che la bellezza ispira la musica, è altrettanto vero che la musica aleggia da sempre a Sorrento”. La pianista ha scelto per il pubblico campano la la “Sonata n. 8 op. 13 in do minore” di Ludwig van Beethoven che si trascina addosso la definizione di “Patetica”, un appellativo che peraltro anche l’autore approvò, per quanto l’idea di chiamarla così non fosse sua, ma dell’editore viennese Eder. L’ascolto tuttavia non rivela accenti di piagnucoloso languore: difatti l’aggettivo deve essere riferito a quella “forza tragica di rappresentazione” sulla quale si era pronunciato Schiller a proposito della sua poetica. Più precisamente da questa sonata emergono gli elementi conflittuali che a loro volta trovano origine in Kant, il principio di opposizione e il principio implorante: accenti di energica carica emotiva che si stemperano in momenti di pacificante lirismo. Intenso l’ Adagio che rivela una linea adamantina che non piega a nessuna tendenza contingente e che s’erge pura nell’eterna giovinezza dello spirito. Riguardo il Rondò finale, più di un commentatore lo giudica inferiore al resto della sonata, se non addirittura slegato (Giorgio Pestelli scrive che non sfigurerebbe suonato su un clavicembalo): anzi qualcuno ipotizza che sia l’adattamento per il solo pianoforte di una pagina originariamente pensata per duo o trio. Si passerà, quindi al Maurice Ravel di “Gaspard de la nuit”, una delle sue opere più estrose: tre brani che trovano riferimento in altrettante poesie di Aloysius Bertrand; il titolo potrebbe essere inteso con il significato di “Tesoriere della notte” in quanto nella lingua persiana “Gaspard” ha il significato di “custode dei tesori regali”, la prima esecuzione ha avuto luogo a Parigi il 9 gennaio 1909. Questa composizione presenta notevoli difficoltà tecniche d’esecuzione, infatti Ravel dichiara esplicitamente di voler superare l’Islamey di Balakirev, considerato da tutti uno dei brani più ostici mai scritti. Il primo quadro è Ondine, dedicato al pianista Harold Bauer, continue ondulazioni sonore, come il moto incessante delle acque; il canto della ninfa del lago è una melodia malinconica, ascendente e discendente, contornata da pregevoli arpeggi. Il secondo quadro è Le gibet, un adagio in mi bemolle minore. La forca, con dedica a Jean Marnold, uno dei primi critici a sostenere Ravel, propone invece il macabro scenario di un’impiccagione; il lugubre penzolio del corpo, il continuo rintocco della campana, rivivono negli accordi ripetuti con insistenza. Finale con Scarbo, un Moderato, dedicato a Rudolph Ganz, altro famoso pianista, un brano energico e di grande impegno, con frequenti note ribattute e in crescendo, come il folletto notturno, vispo e dispettoso, che appare e scompare continuamente. Seconda parte della serata dedicata interamente alle ballate di Fryderyk Chopin. Per il titolo di questa composizione Chopin utilizza, per la prima volta in ambito strumentale, il termine che prima di lui identificava soltanto narrazioni di argomento epico e composizioni vocali basate su questi testi. Le quattro Ballate di Chopin, composte in un arco di tempo di 11 anni (dal 1831 al 1842), sembra siano state ispirate all’autore dalla lettura delle composizioni letterarie, dette appunto “ballate”, del poeta polacco Adam Mickiewicz, nel quale il recupero dell’elemento popolare si accompagnava ad un profondo sentimento nazionalistico (ciclo “Ballate e romanze” del volume “Poesie” del 1822). Questo fatto potrebbe spiegare il taglio spesso epicheggiante ed eroico, supportato da uno scorrevole “cursus” narrativo di tipo dattilico e con ritmo di 6/8 (o, come nella prima ballata, di 6/4), di queste bellissime pagine pianistiche, in cui peraltro vengono magistralmente ad inserirsi tratti più lirici e meditativi, secondo il tipico criterio romantico della compresenza di “slancio” e “nostalgia”. Chopin è da poco emigrato dalla sua patria e le ballate testimoniano da una parte il suo slancio vitalistico, teso a conseguire nuovi traguardi artistici e ad attingere fama imperitura, dall’altra la nostalgia per la patria, così amaramente abbandonata, La più celebre delle quattro è la Ballata n. 1 in sol minore op. 23, composta fra il 1831 e il 1835, di struttura tripartita (come le altre) e ricca di suggestivi contrasti fra impeto e calma meditativa, risolti con una efficace “gradatio” di stampo eroico, che conduce al “presto con fuoco” finale. L’emozione, l’elegia e la veemenza di questa prima ballata rappresentano quasi “l’odissea dell’anima di Chopin” (Liszt): sentimenti che si distribuiscono ampiamente nella breve introduzione lenta, nel lungo “moderato” che è il nucleo melodico del brano (con due temi, uno nobilmente elegiaco, ed un secondo dolcemente accattivante) e nell’effervescente finale. Nella Ballata n. 2 in fa maggiore op. 38 (del 1836-9), più semplice della precedente, il compositore e pianista Anton Rubinstein credette di intravedere l’immagine di un fiore, prima dolcemente delineato e quasi carezzato da una brezza soave, quindi drammaticamente spezzato da un vento impetuoso. Nella composizione in effetti convivono momenti di tenera dolcezza alternati a tratti di violenta energia, racchiusi negli antitetici “andantino” e “presto con fuoco” che si ripresentano con alternanza nel corso del lavoro, il cui suggello è affidato ad una coda (“agitato”) impetuosa e parossistica. Si passerà, quindi, alla Ballata in La Bemolle op.47 che si apre con un tema di squisita fattura, allegretto, seguito da un secondo tema che ha il sapore di una narrazione romantica di eventi lontani: mentre l’impianto armonico si muove tra fa maggiore e fa minore, il racconto si infervora, per poi acquietarsi e sfociare in una terza sezione tematica tutta imperniata sulla tonalità di la bemolle maggiore. Composta a Parigi e a Nohant nel 1842, la quarta Ballata è dedicata all’allieva Charlotte de Rothschild, la celebre Baronessa. la Ballata in fa minore, op.52 ultima del gruppo, segue lo schema generale. Si basa infatti su episodi di carattere contrastante e sulla trasformazione tematica, alterna passaggi semplici e frasi molto elaborate. Rispetto alle precedenti ballate, qui la narrazione è più decisa nell’espressione ma anche più riflessiva; inizialmente non è scorrevole, appare esitante per poi riprendere con un tema leggermente diverso. Un motivo apparentemente slavo, delicato, viene ripetuto con qualche alterazione nel fraseggio; a contrasto Chopin inserisce un motivo con ornamenti, più agitato. I due temi si intrecciano, si scontrano con episodi misteriosi e strani ma dopo una pausa di riflessione ritorna il tema iniziale, variato con toni cupi e desolati; ritorna ancora più inquietante anche il secondo tema, poi la ballata termina con quattro accordi molto concitati.