di Olga Chieffi
Il Signor Bruschino sbarca in RossiniLandia per mano del regista salernitano Raffaele Di Florio, il quale per il suo esordio al teatro Verdi, piazza il giovane compositore, perfettamente impersonato dal Maestro al cembalo Maurizio Iaccarino, piazzato nel palco otto del piano nobile, tra il Rossini maturo, che occhieggia dal cielo in blu lapis del massimo e il palcoscenico, quel luogo non luogo, specchio della vita, dove si svolge l’azione e pare che quest’opera sia quasi una prova, poiché da quel palco il Maestro interagisce con Gaudenzio al momento della lettura della lettera e col direttore. Il regista, è ormai di prassi, ogni qualvolta si esegua un’opera di Rossini o un’opera buffa la si trasfonde a Napoli: il mare, il Vesuvio, la villa, il caffè che è una ciofeca (ci siamo salvati in extremis da un “fete ‘e scarrafone” eduardiano), l’ammiccamento alle belle forme femminili, quell’ “Uh, che caldo” dalle diverse intenzioni, estate e vampate vogliose, quella gabbia dorata partenopea, in cui ci si sente sicuri di riuscire a divertire, che diventa comfort zone. Palcoscenico vuoto ove si è messa in scena l’opera, un unico e semplice ambiente, che cambiava attraverso un gioco di fondali e quinte dipinti, ideati insieme ai costumi da Alfredo Troisi, rappresentanti spazi sempre diversi: ora gli ambienti del palazzo settecentesco, ora il suo patio, ora la strada dinanzi al portone, gabbiani e rondinotti emerald green, ottenuti con le luci, inutili, i palmizi. Ma lazzi e gag, l’entrata in palcoscenico piazzata sul lato destro della platea, lo svolgimento dell’opera tra palco e realtà ha sollazzato il pubblico, che si è visto investito e partecipe del ciclone Rossini. Gaudenzio d’eccezione è stato Carlo Lepore, che non ha pari per voce, interpretazione, gestualità, fraseggio, perfetto nel controllo delle agilità, sgranate con precisione come perle, senza ascondere alcuna nota e quella sua aria relaxin’, che lo pone sempre una spanna sopra a tutto e tutti, erede della grande scuola italiana, che non si può tradire se si intende rappresentare questi titoli. L’impronta vivace e spiritosa dell’azione scenica è stata impreziosita dalla cornice orchestrale, con legni e ottoni in bello spolvero, protagonisti, quasi a diventare personaggi, a “dire” la loro nei capolavori successivi. Ma nel Signor Bruschino è già tutto in nuce: Jordi Bernacer, il valenciano, gesto chiaro ed elegante, ha offerto una lettura scorrevole della partitura, sempre attentissimo nel tenere le fila tra palco e buca, un’ombra solo nel duetto nella XIII scena tra Sofia e Gaudenzio, durante la vestizione da sposa, e in perfetta sintonia con l’intera formazione, con l’iperbole ritmica ben controllata, l’agogica variegata e i bei colori sui cantabili senza eccessivi abbandoni, in un’opera che è caratterizzata dall’estro, dalla leggerezza e quell’ironia, su cui poggia la musica del giovane Rossini, il quale, una volta in quel di Napoli, avrebbe, poi, appreso tutti i meccanismi del nostro teatro. Accanto a Carlo Lepore, la figlia Giulia al debutto in quest’opera, nei panni di Marianna, ritratto sapido di servetta che tutto aggiusta, distanze e figurette con grande esattezza, nelle schermaglie amorose, con la sua bella voce duttile e ben timbrata, ma ancor più padrona di sguardi e ammiccamenti in palcoscenico. Florville, Pierluigi D’Aloja, è il classico “amoroso”, di grazia, voce raccolta, anche troppo, rispetto ai calibri in palcoscenico, poco proiettata e dal vibrato più che stretto, con qualche tentazione falsettante. Conferma positiva anche per Fabio Capitanucci nel ruolo di Bruschino Senior, il gottoso, la cui interpretazione è stata brillante e naturale e quale attore risultata molto gradevole. Capitanucci è riuscito a mantenere l’ identità del personaggio sempre precisa e coerente, delineandone i tratti psicologici e comportamentali in modo impeccabile. Altra voce in grande spolvero è risultata la Maria Sardarian che ha interpetrato Sofia. Dal punto di vista della forma e della tecnica espressiva, il soprano è riuscita a schizzare il personaggio con il giusto equilibrio tra una maliziosa vanità e quella scaltra freddezza tipicamente femminile. La sua prova è particolarmente brillante nei momenti larmoyant, in particolare in “Ah donate il caro sposo”, in dialogo col corno inglese, un’interpretazione assoluta, in particolare, nella prima parte, in duo con Antonio Rufo, in cui è lecito sospettare che il disincarnarsi della musica, nel cielo del metafisico, autorizzi qualsiasi risposta. Ma si sa, la musica coglie, con netto anticipo l’irrazionalità dell’amore e con essa l’opposizione fra messaggio teatrale e psicologico e per il sortilegio, come avviene, l’amore vince sempre. Significativo il contributo di Antonio De Rosa, delegato di Polizia e di Dario Giorgelè un Filiberto in dialogo dalla buona dizione e arte del porgere. Applausi scroscianti e rose da un uditorio soddisfatto, impreziosito da due prestigiosi ospiti che custodiscono la storia di Gioachino Rossini, Sergio Ragni e Luigi Cuoco.





