“Non c’è sviluppo economico e sociale senza avanzamento dei diritti. Al centro lavoro, scuola e salute”. A dirlo Francesco Napoli, consigliere nazionale ed ex presidente territoriale di Arcigay Salerno, intervenendo in merito alle prossime elezioni amministrative, in programma il 24 e 25 maggio.
Francesco Napoli, Consigliere Nazionale Arcigay, come legge questa campagna elettorale per le amministrative?
“Sono diversi i comuni che nella nostra provincia andranno al voto ed in molti casi il campo progressista ha saputo fare sintesi. Nella città capoluogo, invece, la frammentazione, frutto di personalismi, e l’assenza del simbolo del PD, pesano e rischiano di spostare la competizione più sulle persone che sulla visione politica. Tuttavia, questo quadro può aprire scenari inediti. Credo che sia importante che tutte le persone candidate sentano la responsabilità di accompagnare le proprie comunità ad un avanzamento nei diritti sociali e civili, temi come sempre poco trattati in campagna elettorale, forse perché ritenuti impopolari o perché non si riconosce a queste questioni il valore fondante anche in chiave di sviluppo economico, culturale e civile. Data l’ampia proposta di liste e coalizioni, per non cadere in confusione credo che le persone dovrebbero chiedersi cosa desiderano per il proprio presente, per il proprio futuro e quello dei propri figli a partire da ciò che hanno sotto i propri occhi. L’essenziale è che si vada a votare, qualunque sia la scelta”.
Quali dovrebbero essere i temi e le rivendicazioni in questa tornata per le amministrative?
“Credo che il tema delle discriminazioni e delle violenze nei confronti delle persone lgbtqia+ si debba affrontare innanzitutto sul piano locale: una amministrazione comunale deve dare il buon esempio. Ho visto alcune candidature prendere una posizione chiara sul tema della registrazione dei figli delle coppie omogenitoriali, qualcuna più nettamente altre più sfumate. Tuttavia è un segnale che certo non è sufficiente. Soprattutto nei piccoli centri, le persone gay, lesbiche, trans e queer, vivono forme silenti di discriminazione e offesa; un fenomeno che bisogna contrastare a partire dalla formazione, l’informazione e l’educazione. Una rivoluzione, in chiave inclusiva, dei linguaggi e degli atti amministrativi nei comuni piccoli e grandi, è un gesto eloquente che potrebbe portare ad una contaminazione positiva tra le agenzie territoriali, nelle famiglie, nella società”.
Qualcuno le direbbe che ci sono temi più importanti: salute, lavoro, istruzione. Cosa risponde?
“Il benaltrismo è una pratica consolidata di chi non ha argomenti. Ma se proprio dobbiamo rispondere allora, partendo dal lavoro, dovremmo considerare che i dati ISTAT riportano numeri imbarazzanti in materia di discriminazione delle persone lgbtqia+: il 41,2% delle persone intervistate dichiarano di aver subito almeno un evento discriminatorio nel corso della vita lavorativa; il 34,5% dei dipendenti evita di parlare della vita privata per timore di ripercussioni; il 26,0% delle persone LGBTQIA+ ritiene l’orientamento sessuale uno svantaggio per la propria carriera. Una amministrazione locale dovrebbe prendere in carico fenomeni discriminatori nei luoghi di lavoro che si tratti di donne, di minoranze, di persone con disabilità, di persone straniere. Sul tema salute, invece, considerando che un sindaco è il primo responsabile della salute pubblica, allora dovremmo chiederci: quanti consultori per la salute delle donne sono davvero operativi? I punti rosa nei presidi ospedalieri funzionano davvero? Quanti servizi dedicati al contrasto alle Infezioni a Trasmissione Sessuale? Sappiamo che in sanità la prossimità è fondamentale per prevenire e per promuovere salute. Dovremmo auspicare un serio impegno delle persone sindaco in questo senso, di concerto con i servizi sanitari, ma assumendone una chiara responsabilità. Sul tema scuola, infine, mi permetta di dire che c’è chi si è opposto, anche nel campo progressista, all’educazione sessuale ed affettiva nelle scuole in occasione della battaglia per il DDL Zan – quello che intendeva normare i crimini d’odio e prevenire le discriminazioni proprio a partire dalle scuole – e chi, invece, l’ha sostenuta scendendo in piazza con noi. La nostra è una comunità che ha imparato a fare memoria, da Stonewall in poi. Mi auguro che mantenga questa abitudine anche nella cabina elettorale”.
Perché è così importante che tutto questo avvenga a livello locale? Non sarebbe più semplice e più ovvia la battaglia nazionale che Arcigay porta avanti da decenni?
“L’avanzamento dei diritti non viene dall’alto, ma dalle pratiche quotidiane sui territori, dalla nostra capacità di fare cultura delle uguaglianze nella società civile: abbiamo cambiato il sentire dell’opinione pubblica sul tema delle unioni civili e solo allora la politica ha saputo dare una risposta, sebbene incompleta. Lo stesso è accaduto negli anni ’80 con l’HIV: solo quando la nostra comunità ha saputo cambiare la percezione delle persone allora si sono avute leggi nazionali, risorse, attenzione. Così, anche oggi, la rivoluzione parte dai territori, le norme nazionali cambiano a partire sempre dalla domanda delle comunità e dall’avanzamento amministrativo. Oggi, credo, abbiamo il dovere di chiedere a tutte le agenzie sociali ed economiche di partecipare con responsabilità alla cosa pubblica e trovare strumenti e luoghi affinchè questo avvenga. Confido nelle giovani generazioni, che sapranno prendere in mano il futuro prossimo delle loro comunità a partire dal bisogno crescente di partecipare e di superare un linguaggio della politica troppo spesso violento, arrogante, prepotente. Abbiamo bisogno di un amministrare gentile, che non significa inerte, ma capace di governare con concretezza e competenza, senza il bisogno di urlare, dividere la comunità o silenziarne il dibattito pubblico”.





