Morte in gita del giovane liceale, la procura nocerina insiste: “Nessun nesso di causalità tra la condotta della docente e il decesso di Davide Calabrese”. È la conclusione a cui è giunto il pm titolare dell’inchiesta, sulla base della relazione dei consulenti tecnici e dei medici legali incaricati, che hanno analizzato una vasta documentazione, anche acquisita tramite Europol. Secondo gli accertamenti, il 29 marzo 2025, Davide sarebbe morto a causa di una miocardite fulminante di origine virale, legata al virus influenzale di tipo B, mentre si trovava in Andalusia, a Malaga, con la sua classe. I consulenti del pm hanno ritenuto che l’eventuale ritardo non integri il nesso di causalità necessario, secondo la giurisprudenza della Cassazione, per attribuire il decesso alla condotta della docente. La morte sarebbe stata provocata da una miocardite fulminante che, secondo i consulenti, non avrebbe lasciato concrete possibilità di sopravvivenza. Anche in presenza di un tempestivo accesso ospedaliero, l’exitus sarebbe stato altamente probabile. Resta però la posizione dei genitori, che contestano il fatto che al figlio non sia stata garantita comunque una possibilità di sopravvivenza attraverso un’attivazione tempestiva dei soccorsi sanitari, anziché a distanza di ore. Davide, secondo quanto riferito, avrebbe manifestato un peggioramento delle condizioni già nelle ore precedenti, tanto da effettuare ricerche su internet per capire l’origine dei sintomi. I consulenti del pm hanno esaminato anche le cure somministrate in Italia prima della partenza, quando il ragazzo aveva febbre alta, ritenendo che la terapia non fosse collegata al decesso. È stata valutata poi la condotta dei medici spagnoli che hanno preso in cura Davide dal 27 al 29 marzo, giudicata adeguata e conforme ai massimi standard assistenziali. Il racconto dei genitori è stato integrato da ulteriori dichiarazioni successive a quelle inizialmente esaminate, ma secondo gli inquirenti non avrebbe modificato il quadro generale. Pesa inoltre il sospetto di presunti tentativi di intervenire sul cellulare del ragazzo prima della copia forense. Per il pm il punto centrale resta invariato: anche un’attivazione tempestiva dei soccorsi non avrebbe cambiato l’esito fatale della malattia. Emergerebbe inoltre che l’insegnante non avrebbe mai abbandonato lo studente, trovandosi nella stanza di fronte e dichiarando più volte via messaggio la propria disponibilità a intervenire. Si sarebbe allontanata solo in tre occasioni e su richiesta del ragazzo o della madre: per procurare del sale da mettere sotto la lingua, per comprare un panino e, infine, per allertare i soccorsi quando si è resa conto del peggioramento delle condizioni. Ora la parola passa al gip che dovrà va stabilire se archiviare, disporre ulteriori indagini oppure formulare l’imputazione coatta che poi è l’anticamera del processo.





