Alle Fornelle il “linguaggio urbano” di Pino Roscigno - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Alle Fornelle il “linguaggio urbano” di Pino Roscigno

Alle Fornelle il “linguaggio urbano”  di Pino Roscigno

di Vito Pinto

Nel suo volume “Salerno attraverso il centro storico” edito nel luglio del 1977 (litotipografia R. Reggiani di Salerno), lo storico Luigi Carella, a proposito del Rione Fornelle”, scriveva: «Anche qui il piccone demolitore (sotto mentite spoglie, spesso, di “risanatore”) sta distruggendo, indiscriminatamente, quanto di più suggestivo e di più vero esisteva della Salerno antica». Una Salerno definita “vecchia” da qualche personaggio salernitano sfornito, evidentemente, della consapevolezza di quanta storia e cultura esisteva ed esiste tra vie, vicoli e slarghi antichi di una città che, a buona ragione, fu definita “opulenta” per i suoi commerci ed “ippocratica” per la prestigiosa Scuola Medica. Continuando nel suo itinerario descrittivo Carella aggiunge: «La località fu detta “Fornelle” in riferimento a piccolissimi forni necessari per la cottura delle terraglie, molto usate in quei tempi e di cui gli Amalfitani erano valenti artigiani». Questo rione, infatti, fu principalmente popolato da tutti quei cittadini dell’antica Repubblica Marinara fatti prigionieri dal tiranno Sicardo, Principe di Salerno. Dipanandosi tra viuzze, angiporti e slarghi, il rione Fornelle ha, nel suo cuore abitativo, la Piazza, vero palcoscenico fino a poco oltre la metà degli anni 950 “dove, ogni giorno, da mattina a sera, recitavano la loro parte tutti gli abitanti del rione”: ed erano prevalentemente marinai e mogli, figli, parenti di marinai. Gli anni a scavalco di secolo hanno portato delle modificazioni, non solo nel tessuto abitativo, ma anche negli abitanti di questo che fu sempre considerato un regno a parte, una città nella città. Percorrere oggi le strade delle “Fornelle” è vivere il silenzio di un quartiere rigenerato e ridipinto: a volte si ode solo lo sciacquio discreto dell’acqua che sversa dal beccuccio dell’anfora nella sottostante vasca. In questo silenzio quasi religioso attaccato a muri esterni di palazzi e abitazioni, Pino Roscigno, in arte Green Pino, traccia il linguaggio poetico di Alfonso Gatto, nato nel contermine vicolo delle Galesse. Così, grazie a Roscigno, il “poeta” ritorna con i suoi versi nella sua amata e lontana città, animando muri diversamente muti, uguali nell’anonimato a tanti altri muri cui nessuno fa caso e per i quali Pio Peruzzini “fermò istanti perduti” con la sua camera fotografica. «Dò la voce alla poesia» dice Pino, affiancando a Gatto altre voci poetiche come Alda Merini (la pazza della porta accanto), Jack Hirschman, poeta rivoluzionario della controcultura americana, Eduardo De Filippo, per tutti “il teatro”, ed altri da scoprire e da leggere. «La cultura è lettura – dice Roscigno – e oggi la gente non legge» ed è subito un “linguaggio urbano”, accessibile a tutti. Muri accanto e nelle vicinanze di scuole, perché i bambini possano leggerli e leggere parole di sogno. Rimava Gatto ne “Il Vaporetto” e Pino riporta su gialla parete delle “Fornelle”: «I bambini non sanno perché / l’uomo grida viva il re. / I bambini non sanno perché / l’uomo si lodi tutto da sé. / I bambini non sanno cosa ha / l’uomo che dice chi vive vedrà». Ed è il gioco del perché, un continuo domandarsi, tipico dei bambini che guardano il mondo con curiosità (almeno una volta era così). In prefazione a quel suo volume Gatto annotava: «Questo volumetto di fiabe – rime – ballate per i “bambini d’ogni età”, con i suoi vivi colori, gli ottoni, le bandiere, verniciato di fresco qual’è, ha preso il mare da lungo tempo, da tanti anni, quanti almeno ne ho io, ma non accenna a disarmare». E così Pino, non accenna a disarmare la sua voglia di parlare, graffire, ritmare il quotidiano di oggi con quello di ieri. Sono undici anni che Pino Roscigno compie questo suo viaggio nella memoria cittadina e letteraria animato solamente dalla voglia di trasmettere ai bambini, ai giovani di oggi un patrimonio di cultura. Nato a Salerno sessanta anni fa, ha poi acquisito altre identità, studiando e lavorando altrove, in un’altra Italia, comunicando per immagini messaggi di varia natura umana. «Sono un grafico pubblicitario – dice – che scrive sui muri, negli spazi tra palazzi, nel silenzio di vie, scale, slarghi. Così i muri, muti, si animano. Non faccio altro che esercitare quello che sapevo fare: scrivere a mano». E così i versi del poeta slargano nella città: Vicolo San Bonosio e il Vicolo della Neve, così caro a Gatto, e poi la scalinata che da Via Velia porta alla piazzetta dei Mutilati: è tutto un rimare su muri antichi a raccontare e ricordare Gatto. «Lavoro senza fine – dice – in un percorso culturale nei luoghi dove passano ogni giorno i bambini, i ragazzi che vanno a scuola». Ed è il linguaggio dello spazio, che viene utilizzato anche da artisti internazionali da lui invitati a coprire con murales le grandi superfici esterne dei palazzi. Sono spagnoli, australiani come Guido van Eschen che disegna il volto di una giovane donna (una fornellessa) su una parete e una tenera nonna che assiste la nipotina nei compiti scolastici su un’altra parete, grande, infinita mentre da in piccolo terrazzino fanno capolino i versi di Alda Merini. Un percorso immaginifico, una immersione totale in un mondo altro dove il silenzio accompagna la riflessione passo dopo passo, lettura dopo lettura, immagine dopo l’altra. «Forse tanti hanno guardato, ma solo pochi hanno letto quello che scrivo, ma non importa: questo è un progetto diverso, è un progetto di una comunicazione visiva che comunque resta nell’intimo di ogni visitatore. In Oriente si è adusi alla cultura delle immagini che si fanno parola, messaggio». E ritorna alla mente il “rotolo salernitano”, l’Exultet impresso su pergamena che srotolava dall’ambone del Vangelo con le immagini ad illustrare ai fedeli il più bel canto della ritualità cattolica nella notte Santa di Resurrezione. Nel Museo di San Matteo, Salerno conserva i resti di uno di quei tredici cantici esistenti al mondo. «Non sono artista di strada – dice Pino Roscigno – ma ho sfruttato l’idea di portare la cultura in strada, scrivendo a mano sui muri». Il progetto nasce quindici anni fa, dall’incontro tra Pino Roscigno e il Presidente della Fondazione Gatto, Filippo Trotta, nipote del poeta. Da lì la volontà di Pino di rendere visibile alle generazioni future l’amore del poeta per la sua città. Nella sua introduzione a “Il Vaporetto” (edizione Ripostes) Francesco D’Episcopo scriveva: «Coninua, anzi si rinsalda, ne “Il Vaporetto” la ferma intenzione del poeta di scoprire nell’umiltà delle voci e delle parole di bambini-uomini e di uomini-bambini la forte fragilità di una storia che, come il vento, avvolge e attraversa le stagioni dell’esistenza». Parole premonitrici, quelle di D’Episcopo, di un messaggio che oggi Pino Roscigno rende visibile, attuale, sul quale ogni visitatore, al di là di ogni attenzione per la lettura, potrà meditare, fermarsi a ripetere nel suo intimo. D’altra parte «la poesia – annotava Alfonso Di Muro – è la forma con cui tutti gli istinti e i disordini del vivere sono messi a tacere». Sereno Roscigno racconta il suo messaggio, sereno Green Pino scrive “rime eterne” come le aveva volute il poeta per la sua città. In apertura della raccolta “Il sigaro di fuoco”, Gatto scrisse una “dedica”: «A tutti i bambini poveri che imparano a vivere da soli e dormono a notte nel ventre d’un grande cavallo immaginario che un giorno volerà, a questi bambini senza tosse e senza sciroppi, ricchi di ogni desiderio, pieni d’occhi, dedico “Il sigaro di fuoco” e l’arcobaleno della libertà»; un arcobaleno di parole che Pino Roscigno, Green Pino, sta tracciando sui muri di case antiche nel rione “Fornelle”: una pazzia dire vecchio questo luogo immaginifico.