Corrado Carnevale, vittima degli AmmazzaGiustizia - Le Cronache Attualità
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Corrado Carnevale, vittima degli AmmazzaGiustizia

Corrado Carnevale, vittima  degli AmmazzaGiustizia

di Antonio Manzo

Neppure dopo la morte hanno evitato di ricordarlo come ammazzasentenze. E’ solo l’ultimo slogan che nelle guerra in corso che le toghe politicizzate hanno coniato per la loro pubblicità elettorale delusi dalla politica del Pd che ha irreggimentato gli elettori del Si tra i fascisti. Per la seconda volta è morto l’ex giudice Corrado Carnevale. La prima quando fu cacciato, ignominiosamente, dalla magistratura proprio per il suo garantismo processuale, la seconda volta nelle ore in cui viene celebrata la marcia trionfale verso una presunta vittoria del No ad opera del partito delle manette. E’ il 2009 e il caso di Corrado Carnevale diventa di dominio pubblico grazie ad un libro-intervista “ad un giudice solo” che realizza Andrea Monda, oggi direttore dell’Osservatore Romano. La giusta diffusione dell’intervista mi induce a coltivare l’idea di raggiungere il “giudice solo”. E chiedo al mio amico Peppino Gargani, già parlamentare democristiano e raffinato giurista, di parlarmi un po’ del magistrato Carnevale. Peppino, di botto, rispose con parole nette: “Corrado Carnevale è un grande giudice. Nel 1985 Carnevale divenne a soli 55 anni presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione. È stato il più giovane di sempre in quel ruolo lui giovanissimo magistrato che arriva da Licata in Sicilia”. C’era già tutta l’indicazione proficua per intervistare “il giudice solo “. Proprio lui , Corrado Carnevale, che era stato sempre il primo della classe: maturità classica a 17 anni con il massimo dei voti, laureato in giurisprudenza a 23 con lode e pubblicazione della tesi, arrivato primo al concorso di magistratura e a tutti quelli cui aveva partecipato, fino a diventare a 55 anni il più giovane presidente di una sezione di Cassazione, la prima. Corrado Carnevale fu assai noto tra gli anni Ottanta e Novanta quando da presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione annullò centinaia di processi e condanne per vizi come refusi nei testi, date e timbri mancanti, seguendo un approccio ritenuto estremamente formalistico e causando tra le altre cose la scarcerazione di molti mafiosi. Per questo venne soprannominato “ammazzasentenze”. Da chi, irriguardosamente, anche oggi intende ricordarlo. Aveva 95 anni. Dalla gloria di una carriera fulminante, al fango delle inchieste che lo hanno visto finire sotto processo con accuse gravissime. Il proprio calvario giudiziario, durato 10 anni, a partire da quel novembre del 2002 in cui la Cassazione fine a quella che lo stesso protagonista definì una “persecuzione”, cancellando definitivamente la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa emessa l’anno prima dalla Corte d’appello di Palermo. Per lui la persecuzione giudiziaria, concertata con i mass media della sinistra, inizia nei primi anni Novanta con il primo processo che avviò la lunga trafila dei Prima, a Napoli, il caso della cessione della Flotta Lauro, in cui Carnevale era accusato di concorso nell’interesse privato del commissario straordinario De Luca. Ricordò Carnevale: “Io fui assolto per non aver commesso il fatto; De Luca, anni dopo, perché il fatto non sussiste. Dunque sarei stato non concorrente in un fatto insussistente: una situazione degna di Pirandello”. E poi, comincia il lungo processo di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, che con alterne vicende tenne Carnevale sulla graticola fino all’assoluzione con formula piena del 30 ottobre 2002. Disse Corrado Carnevale subito dopo: “Presi singolarmente sono persone perbene, quando invece operano in quanto magistrati la cosa cambia aspetto. Per esempio, la magistratura è restia ad applicare nuovi istituti che abbiano sullo sfondo, come premessa, l’errore di un giudice. Potei constatarlo in almeno due occasioni. La prima, quando entrò in vigore il nuovo Codice di procedura penale che prevedeva la riparazione per ingiusta detenzione. Ebbene, nei primi tempi i giudici si arrampicarono sugli specchi pur di non applicare l’istituto nuovo. E lo stesso fecero con la cosiddetta legge Pinto, introdotta per cercare di frenare i ricorsi alla Corte europea di Strasburgo dei malcapitati che subivano ritardi nell’amministrazione della giustizia. La legge era fatta per consentire, come suol dirsi, di lavare i panni sporchi in famiglia: si previde che l’indennità per la durata irragionevole dei processi potesse essere chiesta a un giudice nazionale. Ma anche in questo caso, sulle prime, i magistrati si arrampicarono sugli specchi”. Disse un giorno ricordando Benedetto Croce: “Il grande filosofo diceva che non possiamo non dirci cristiani, e aveva ragione. Il cristianesimo ha degli aspetti che non dovrebbero essere trascurati. Io sono credente. Ma grazie al cielo il cristianesimo non è una corrente associativa”. Realista polemico, Corrado Carnevale denunciava spesso il nesso oscuro tra lo spirito corporativo dei magistrati e la possibilità, o meglio l’impossibilità, dell’errore. “Ho letto tutto Sciascia – confidò Corrado Carnevale – Quando ero sospeso dalle mie funzioni per via dei processi, tenevo sul tavolo l’opera omnia. Queste frasi colgono esattamente la realtà. Ed è una realtà che non si può accettare. Certo, a giudicare i giudici sono pur sempre dei giudici. Ma l’errore viene sanzionato solo quando riguarda un magistrato che non fa parte di una corrente associativa. In quel caso, anzi, anche quando l’errore non c’è, lo si colpisce lo stesso. Cosa che però accade molto di rado, perché tutti i magistrati, vivendo in quell’ambiente, non solo si iscrivono all’Anm ma cercano di affiliarsi alla corrente che meglio li possa tutelare; e la disciplina di corrente è ancor più rigorosa di com’era la disciplina di partito quando c’erano i partiti. Attualmente, non succede nulla in magistratura che non sia voluto dalle correnti: si mettono d’accordo su tutto, anche per la scelta dei componenti delle commissioni di concorso per l’ammissione in magistratura. Non c’è bisogno della zingara per indovinare quali saranno i prossimi prescelti per gli uffici giudiziari più importanti, perché molto tempo prima le correnti si accordano in base a leggi non scritte ben più efficaci della legge scritta, e che comunque non hanno nulla a che spartire con il merito. Questo vale anche per le elezioni dei giudici costituzionali. A tal segno arriva l’arroganza di chi amministra il destino dei magistrati. E i magistrati che non si adeguano ai voleri della casta vengono colpiti senza possibilità di difesa”. Dalla corporazione Carnevale è stato sempre mal visto perché insofferente a certi rituali della vita associativa e poco incline alla diplomazia. Come ricordò accadde un giorno in una Camera di Consiglio, cui lui partecipò come uditore, in cui «i giudici prima parlarono per venti minuti delle pensioni dei magistrati in Svizzera, molto più soddisfacenti di quelle italiane. Poi il Presidente, alludendo all’unico imputato, un parrucchiere accusato di rapina, disse in stretto siciliano, quanto gli diamo? Avendo il giovane uditore osato chiedere come mai non ci fosse discussione, visto che la testimonianza della vittima gli pareva debole, si sentì rispondere: ma lo sai che il fatto è accaduto di lunedì? E lo sai che il lunedì i parrucchieri sono chiusi?» Qualcuno ci restituisca Corrado Carnevale, per favore. E ci faccia uscire da questa mediocrità contrabbandata come guerra per una giustizia giusta.