di Erika Noschese
«Da magistrato, sono relativamente preoccupato; da cittadino, lo sono molto di più. Ciò che intravedo come conseguenza di questa riforma è uno squilibrio istituzionale che favorisce il potere politico, indebolendo la magistratura e rendendola più controllabile». A dirlo Marco Bisogni, autorevole componente del Consiglio Superiore della Magistratura, autore di un vademecum particolarmente chiaro ed accessibile sul Referendum nel corso di un incontro pubblico di approfondimento sul tema della riforma della magistratura, tenutosi ieri pomeriggio a Salerno. L’evento, promosso da UNICOST – Unità per la Costituzione, ha inteso offrire a cittadini, professionisti e operatori del diritto un’occasione di analisi informata e basata su dati, comparazioni e riferimenti normativi. «Noi riteniamo che questa riforma non sia la soluzione ai reali problemi della giustizia. Pensiamo invece sia importante partecipare al dibattito e offrire un contributo informato, spiegando ai cittadini quali siano, secondo noi, le vere motivazioni che si celano dietro questa proposta di riforma – ha aggiunto il Consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura, Marco Bisogni – Incontri come questo servono proprio a fare chiarezza: sulla reale situazione del sistema disciplinare, sulla questione della separazione delle carriere e sul tema del sorteggio». Per Bisogni, questo referendum «rappresenta un pericolo soprattutto per i più fragili della nostra società. È questa la nostra maggiore preoccupazione – ha detto ancora – Per quanto riguarda la lentezza dei processi, il problema reale è lo scarso investimento nella giustizia. In Italia un pubblico ministero gestisce un carico di lavoro sei volte superiore rispetto alla media europea, e abbiamo molti meno giudici rispetto ad altri Paesi. È questa la causa principale dei tempi lunghi nei procedimenti: poche risorse, pochi processi. Infine, sul tema delle ingiuste detenzioni: sono una tragedia per chiunque le subisca, in qualunque sistema giudiziario. Nessun sistema può eliminarle del tutto. Tuttavia, il nostro sistema ne produce molte meno rispetto ad altri: meno che in Francia, in Inghilterra o negli Stati Uniti. Eppure, è proprio al modello statunitense – quello a cui si ispira questa riforma costituzionale – che si vuole tendere». A parlare di «riforma della magistratura più che della giustizia» Pietro Indinnimeo, giudice del Tribunale di Salerno. «È, prima di tutto, una riforma che definirei più della magistratura che della giustizia. Se intendiamo la giustizia come qualità dei provvedimenti, delle decisioni e della definizione dei processi, questa riforma non cambia nulla per il cittadino. In concreto, non ci sarà alcuna differenza percepibile – ha aggiunto il giudice Indinnimeo – Votiamo “no” perché riteniamo che la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri rappresenti una perdita di garanzie per il cittadino. La divisione del Consiglio Superiore della Magistratura in due organi separati comporterebbe una riduzione dell’autonomia e dell’indipendenza, soprattutto per i pubblici ministeri. L’introduzione di un’Alta Corte disciplinare, poi, rischia di limitare la libertà del magistrato, istituendo un giudice speciale non previsto dalla Costituzione. Le sue decisioni sarebbero impugnabili solo dinanzi alla stessa Alta Corte, con evidenti criticità. È una riforma che comporta una perdita di garanzie, e non per i magistrati — per i quali, in realtà, cambierà poco o nulla — ma per tutti i cittadini. Ed è questo il punto su cui voglio insistere: ciò che è in gioco non è il destino dei magistrati, ma i diritti e le tutele che spettano a ogni persona in uno Stato democratico».





