di Nicola Landolfi*
La sede di Via Manzo è stata acquistata con i soldi dei militanti del PCI, non da una fondazione privata né da un soggetto immobiliare. È un fatto politico e storico, non un dettaglio amministrativo. Mio padre era intendente di finanza, comunista, e versava. Proprio perché il partito non era strutturato per la gestione patrimoniale, furono create delle società con una funzione strumentale: amministrare beni immobiliari, quadri, fotografie , libri, documenti e lasciti. Quelle società non sono e non sono mai state i padroni di casa. Nel PCI-PDS le nomine venivano rinnovate regolarmente. Esisteva un controllo politico e una responsabilità chiara, lineare, trasparente. Quando io ero Segretario del Pd e decidemmo nella direzione provinciale del partito di restare a via. Manzo indicammo i nostri dirigenti amministrativi e tesorieri a trattare con chi deteneva i “titoli”. Sono convinto che il nuovo segretario del Pd, Giovanni Coscia, saprà gestire e mediare. È nelle sue corde. Ma senza smarrire la memoria di un luogo che non è un titolo, ma una casa del popolo. A rendere il quadro ancora più inquietante è la scelta del legale: un politico di centrodestra, chiamato a gestire beni nati dal sacrificio dei lavoratori e degli intellettuali, dei militanti comunisti. Una decisione che non è neutra, né tecnica, né casuale. È una scelta politica, che non capirò mai, e come tale andrebbe spiegata e assunta pubblicamente. Qui non siamo davanti a una questione notarile, ma a una rimozione della storia e della volontà di chi quei beni li ha costruiti. *già presidente regionale e segretario provinciale del Pd (nella foto Da sinistra Amarante,Alinovi,Cacciatore e Fichera)





