«Mio figlio non è un pongo da adattare e plasmare a seconda dei desiderata della scuola e degli umori dei docenti. Non permetterò che gli vengano spezzate le ali». È una denuncia netta e carica di dolore quella di Annarita Ruggiero, madre di Nicolò, caregiver e tecnico specialistico, che annuncia senza mezzi termini: «Il tempo è scaduto, il ricorso è stato depositato». La vicenda, che ha dato vita a una vasta mobilitazione sui social con l’hashtag #iostoconnicolo, ha innescato una catena di solidarietà che ha coinvolto stampa, televisioni, associazioni, esponenti del mondo politico e istituzioni. Tuttavia, ogni ulteriore giorno di attesa viene vissuto dalla famiglia come una sconfitta sociale, il simbolo di diritti negati e di un sistema che fatica a tutelare davvero i più fragili. Il caso è approdato anche in Commissione Politiche Sociali del Comune di Salerno, dove il presidente e i consiglieri, su invito del vicepresidente Filomeno Di Popolo, hanno ascoltato la storia di Nicolò, tredicenne con autismo severo. Un ragazzo che, nonostante la sua condizione, ha saputo esprimere talento e sensibilità, tanto da essere premiato nel 2022 a Procida e diventare autore dell’opera Siamo ali della stessa farfalla, oggi esposta a Parigi dopo essere stata presentata anche a Sanremo. Eppure, nonostante anni di lavoro condiviso tra famiglia e specialisti e un inserimento scolastico e sociale che fino a poco tempo fa appariva positivo, dall’11 settembre 2025 — con un quadro di criticità che affonda le radici già nel 2023 — Nicolò manifesta segnali sempre più evidenti di grave malessere. Crisi frequenti, disturbi del sonno, agitazione costante, regressione comportamentale, perdita di interesse per passioni che lo hanno sempre accompagnato, come il calcio e i treni, fino a una marcata ansia da separazione. «Chi non segue le indicazioni specialistiche o non conosce in profondità l’autismo di Nicolò può fare solo danni», sottolinea con amarezza la madre. Sul piano organizzativo e strutturale, il Piano Educativo Individualizzato (PEI) prevede 36 ore di sostegno settimanali, ma attualmente Nicolò ne riceve soltanto 18. A questo si aggiunge un altro elemento ritenuto fortemente destabilizzante: senza alcun preavviso, il docente di sostegno di ruolo — già formato grazie a un percorso condiviso e sostenuto anche dal servizio sanitario e dalla famiglia — è stato sostituito con un nuovo insegnante. Una figura che Nicolò percepisce come repulsiva, priva di empatia e diventata, secondo la madre, una fonte costante di stress. Secondo Annarita Ruggiero, la dirigente scolastica avrebbe affrontato la situazione con un approccio definito «da burocrata», spostando l’attenzione dal benessere del ragazzo a una gestione meramente formale, arrivando persino a segnalare il “caso Nicolò” ai servizi sociali. Una scelta che la madre vive come l’ennesima dimostrazione di una sistematica disattenzione dell’istituzione scolastica verso un alunno fragile, la cui condizione è ampiamente documentata dai professionisti che lo seguono da anni. La Commissione Politiche Sociali del Comune di Salerno ha assicurato che manterrà alta l’attenzione sulla vicenda, nel tentativo di aprire uno spiraglio non solo per Nicolò, ma per tutti i ragazzi e le famiglie che vivono situazioni analoghe. L’obiettivo dichiarato è quello di restituire Dignità, Inclusione, Integrazione, Diritto allo Studio e Diritto alla Salute, principi che troppo spesso restano sulla carta. «Quando si tocca la scuola e la salute, si tocca ciascuno di noi. I nostri figli quanto ancora dovranno soffrire? Mio figlio quanto ancora dovrà regredire?», si chiede Annarita. Sul fondo della vicenda, la madre denuncia anche l’ombra di una lettera anonima, segnalazioni informali e dinamiche interne che alimentano il timore di un vero e proprio “Sistema Montalcini”, fatto di continui cambi di personale, alleanze silenziose e decisioni ritenute scellerate. Un meccanismo che, a suo dire, avrebbe contribuito a innalzare quel «muro di gomma» contro cui Nicolò oggi continua a rimbalzare. «Non si può soffrire così, né a Salerno né altrove», è l’appello accorato di Annarita Ruggiero, che conclude con una promessa e un avvertimento: «Questa storia non finisce qui».





