Referendum Giustizia, Antonio Di Pietro: "Perché votare Sì" - Le Cronache Ultimora
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Referendum Giustizia, Antonio Di Pietro: “Perché votare Sì”

Referendum Giustizia, Antonio Di Pietro: “Perché votare Sì”

di Arturo Calabrese

Si schiera a favore della riforma il magistrato Antonio Di Pietro, noto per essere stato tra i protagonisti di uno dei momenti più importanti della storia della Repubblica Italiana. Mani Pulite, questo il nome con cui furono definite quelle inchieste, portò alla fine della Prima Repubblica, scoperchiando un sistema corruttivo divenuto capillare e fortemente radicato nei palazzi del potere. Oggi, dopo una lunga esperienza in politica, Di Pietro rimane un testimone di un’Italia diversa, figlia di un periodo economicamente positivo e madre di ciò che è oggi il panorama politico e partitico. Rispetto al referendum del 22 e 23 marzo, si voterà per confermare o meno la Riforma della Giustizia, il suo parere è netto: “Voterò Sì. È una riforma per rendere il meccanismo della giustizia migliore”.

Dottore Antonio Di Pietro, la Sua posizione sul referendum…

«Voterò “Sì”. Lo farò perché questa riforma è la naturale conseguenza e conclusione di una riforma voluta nel 1989 dall’allora Ministro, Partigiano e Medaglia per la Resistenza Giuliano Vassalli e dunque non è una riforma voluta dal centrodestra, ma dall’Italia Repubblicana. È una riforma che prevede non solo la separazione delle carriere perché il giudice e il Pubblico Ministero fanno due mestieri diversi e cioè uno cerca le prove dell’eventuale reato e l’altro giudica se quelle prove sono sufficienti o meno per la condanna o per l’assoluzione. In secondo luogo è una riforma importante perché elimina quel corporativismo esistente all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati e quindi del Consiglio Superiore della Magistratura, elemento di cui ha parlato l’allora Presidente Palamara e che dimostra come è meglio avere dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura totalmente indipendenti non solo dalla politica ma anche dalle correnti di appartenenza, in modo che possano essere più autonomi. E infine, voterò “Sì”, perché prevede un’alta corte disciplinare, cioè un organo terzo che giudica i comportamenti dei magistrati, mentre a tutt’oggi i magistrati si giudicano all’interno, valutando sé stessi con la conseguenza pura e, come molte volte si è verificato, del classico dare io oggi una mano a te e domani tu una mano a me, però il magistrato che sbaglia non ne risponde mai».

Questa tornata referendaria sta acquisendo una netta dicotomia tra destra e sinistra: è giusto?

«Purtroppo questa è una valenza che viene data. Un mio grande amico, per fare un esempio, voterà “No” perché non ha molto in simpatia questo Governo. Io invito questo amico e tutti gli altri amici che mi ascoltano e che legano questo intervento a riflettere che i governi e le maggioranze passano, ma le riforme costituzionali restano. Quindi è molto meglio valutare una riforma per quel che è e non per chi l’ha proposta. Se così dovessimo fare sempre, dovremmo dire che la riforma dei 5 Stelle che ha ridotto il numero dei parlamentari a 400, che io ritengo una buonissima riforma, non doveva essere fatta perché prevista anche da Licio Gelli della Loggia P2. Quindi non si deve guardare da chi proviene la riforma anche perché questa nello specifico proviene dalla sinistra ed anche dalla Bicamerale di D’Alema. Questo vizio dei partiti di dire sempre l’uno no all’altro e quindi se il centro-sinistra dice sì, il centro-destra dice no e viceversa, senza mai guardare il merito della questione, a me sembra una valutazione di ambiguità che andrebbe denunciata. Soprattutto invito i cittadini a non accontentarsi dei motti o delle parole propagandistiche e a non votare per pregiudizio, ma di valutare il merito della riforma, perché a volte per pregiudizio si finisce per prendere la decisione sbagliata».

L’allora ministro Antonio Di Pietro avrebbe perorato questa riforma?

«Già la Costituente ha voluto che la magistratura fosse un organo indipendente. Nel 1989 la Carta è stata cambiata in un articolo fondamentale in cui è stato previsto che le parti, intendendo per parti l’accusa e la difesa, devono presentare le loro valutazioni, le loro prove, davanti a un giudice terzo. Questo dice la Costituzione: se c’è un terzo vuol dire che c’è un primo e un secondo, ma se è vero com’è vero che attualmente il primo, cioè il Pubblico Ministero, e il terzo, cioè il giudice, fanno parte della stessa famiglia, perché fanno lo stesso concorso, fanno la stessa carriera, hanno le stesse destinazioni, le stesse progressioni in carriera e le stesse promozioni, è chiaro che qualsiasi persona che entra in un’aula di giustizia non possa avere una valutazione positiva se deve avere davanti a sé un giudice terzo, ma uno dei due è fratello terzo. Io credo che questa riforma dia più trasparenza e più severità a chi entra in un’aula di giustizia e quindi invito chi mi leggerà a riflettere sulla finalità di questa riforma, a prescindere da chi la presenta. Invito il cittadino ad avere un giudizio e non un pregiudizio perché la stessa riforma, identica, adesso l’ha presentata il governo di centrodestra ma prima l’ha fatto il centrosinistra ma prima ancora, ripeto, il Partigiano e Medaglia per la Resistenza Giuliano Vassalli. Si deve uscire da questo schema preconcettuale sinistra e destra perché i governi passano ma la Costituzione resta».

Il Suo nome è legato indissolubilmente ad una delle grandi inchieste di questo Paese. Ci vorrebbe una nuova Mani Pulite?

«Certo. Quando abbiamo lavorato a quella inchiesta, è stata scoperta l’acqua calda. Tutti sapevano, anche le pietre, che c’era un sistema ambientale di collusione. L’anno prima, nel 1991, Nanni Moretti ha fatto un film che raccontava esattamente quello che io ho scoperto l’anno dopo. Mani Pulite è come quel chirurgo che si trova in una sala operatoria e che ha davanti una signora malata piena di tumori che si chiama Italia. Abbiamo cercato di togliere tutti quei tumori visibili e mortali, tant’è vero che l’economia, dopo l’inchiesta, si è raddrizzata. Dopodiché non spetta al chirurgo, non spetta al magistrato curare e prevenire, lo dovrebbero fare altri poteri come il Parlamento e il Governo, ma anche la cultura, anche l’educazione della scuola e delle famiglie. In un’ottica di questo genere, a me pare che nell’eterna lotta tra guardie e ladri l’attenzione non debba mai mancare. Oggi, capito che i magistrati indagano su questo sistema, anche il sistema criminale si è ingegnerizzato e quindi bisogna trovare nuovi modi per scoprirlo. Una volta trovavamo le mazzette nei tubi dei bagni e adesso troviamo le fatture, perché le fatture danno una parvenza di regolarità».

Infine, un pensiero agli uomini dello Stato che hanno dato la vita per l’Italia. Falcone e Borsellino, ma anche il sindaco Angelo Vassallo…

«La criminalità organizzata, sia quella terroristica, sia quella mafiosa, sia quella economico-criminale, è una criminalità che fin quando può cerca di comprare il favore del pubblico ufficiale, del sindaco, del magistrato, del politico, del funzionario dell’Agenzia delle Strade. Quando vede che non ci riesce, però, utilizza altri due modi. Quello più cruento è il tritolo e un altro modo più subdolo è quello della delegittimazione. È ovvio che anche per rispetto di coloro che hanno rimesso la vita per fare il loro dovere, noi abbiamo il dovere di combattere la criminalità senza guardare in faccia a nessuno e l’attuale Costituzione, anche dopo la riforma, prevede obbligatoriamente l’azione penale nei confronti di tutti, ladri di polli ma anche ladri di Stato. E quindi questo dimostra ancora una volta che questa riforma non cambia alcunché. Dobbiamo, poi, prendere atto che una cosa è combattere la criminalità e scoprire chi ha commesso i reati, altra cosa è mettere in piedi delle inchieste basate su fenomeni sociali che non hanno rilevanza criminale, perché facendo così si finisce per delegittimare lo stesso operato della Magistratura. È chiaro che se si agisce contro persone che dopo anni e anni e anni di gogne giudiziarie si scopre che non hanno commesso reati, l’inchiesta finisce lì, ma anche la vita di quella persona finisce lì. Quindi io credo che una marcata professionalità da parte dei magistrati sia necessaria».