di Sonia Angrisani
«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività». È da questo principio, scolpito nell’articolo 32 della Costituzione e tradotto nella legge 833 del 1978 istitutiva del Servizio sanitario nazionale, che prende le mosse la piattaforma del Coordinamento per il diritto alla salute della Campania. Un documento ampio, radicale, che fotografa senza sconti lo stato della sanità pubblica e avanza una proposta di ricostruzione profonda del sistema, partendo da uno dei territori più colpiti dalle diseguaglianze: il Mezzogiorno. Secondo il Coordinamento, quei principi fondativi – universalità, uguaglianza, prevenzione, tutela dei più fragili – sono stati nel tempo «ignorati, banalizzati e mistificati» da riforme che hanno progressivamente svuotato il Servizio sanitario nazionale. La regionalizzazione spinta, l’introduzione dei ticket, il definanziamento cronico, la marginalizzazione della prevenzione e della riabilitazione hanno trasformato il SSN in «uno scheletro con funzioni residue», oggi ulteriormente minacciato dall’autonomia differenziata e dalle ultime scelte del governo centrale. Una crisi che in Campania assume contorni drammatici. I dati Istat del 2022 parlano chiaro: la speranza di vita alla nascita è di tre anni inferiore alla media nazionale e di quattro anni più bassa rispetto alle province più virtuose del Paese, come Treviso. Ancora più allarmante è il dato sull’abbandono delle cure: quasi un campano su cinque (19,9%) rinuncia a curarsi a causa delle liste d’attesa insostenibili, dei costi del privato o della mancanza di autonomia economica e di mobilità. A pagare il prezzo più alto sono gli anziani, spesso soli, e le persone fragili, per le quali l’assenza di servizi e sostegni si traduce in isolamento e sofferenza mentale. Ma la sanità, in Campania, non può essere separata dall’ambiente. È questo uno dei cardini della piattaforma: superare la divisione artificiosa tra salute e tutela ambientale. La regione conta oltre 1.860.000 abitanti esposti a inquinamenti storici e diffusi, due Siti di Interesse Nazionale nella sola città di Napoli, un centinaio di comuni coinvolti nella Terra dei Fuochi tra Napoli e Caserta, oltre a vaste aree interne segnate da criticità ambientali, dalla Valle dell’Irno al bacino del Sarno. «Dati di una gravità assoluta», li definisce il Coordinamento. Da qui la richiesta di una svolta sulla prevenzione, a partire dalle bonifiche reali e dal rispetto delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, da Acerra a Salerno. Prevenzione significa anche sorveglianza sanitaria sistematica delle popolazioni esposte, attraverso strumenti già esistenti ma spesso sottoutilizzati: registri tumori, referti epidemiologici comunali, biomonitoraggi, studi sulla mortalità evitabile. L’obiettivo è intercettare le condizioni predisponenti alle malattie prima che si trasformino in patologie gravi, riducendo costi umani ed economici in una regione povera di risorse. Accanto alla prevenzione primaria, la piattaforma insiste sulla promozione della salute: educazione alimentare, stili di vita attivi, contrasto alla sedentarietà, spazi pubblici per l’attività fisica, programmi nelle scuole e nei consultori familiari. Una visione che rifiuta apertamente l’idea che lo sviluppo economico possa giustificare la nocività ambientale o il sacrificio della salute. Un capitolo centrale riguarda la medicina del territorio, indicata come il vero perno di un Servizio sanitario regionale da rifondare. Il Coordinamento chiede investimenti, assunzioni stabili, integrazione dei medici di base nelle case di comunità e una loro piena gestione pubblica come dipendenti del SSN. Senza una rete territoriale forte, avvertono, ospedali e pronto soccorso resteranno condannati al sovraffollamento cronico. Particolarmente critica la situazione della salute mentale. I servizi sono ridotti all’osso, trasformati spesso in semplici dispensari di farmaci, mentre crescono nuove forme di istituzionalizzazione e abbandono. In Campania, denunciano le associazioni, la riforma Basaglia rischia di essere cancellata nei fatti, mentre aumentano la disperazione dei pazienti e il peso sulle famiglie. Anche la rete ospedaliera appare profondamente squilibrata. A Napoli sono stati dismessi circa dieci ospedali medio-piccoli; molti potrebbero essere riconvertiti in strutture territoriali, come case e ospedali di comunità, hospice e RSA. Il Coordinamento indica l’Ospedale San Gennaro al Rione Sanità come modello possibile: una struttura centrale, radicata nel tessuto popolare, capace di integrare assistenza territoriale, partecipazione e continuità delle cure. Le liste d’attesa, altro nervo scoperto, vanno affrontate – secondo la piattaforma – colpendo le speculazioni sul bisogno di salute, controllando seriamente l’intramoenia e potenziando l’offerta pubblica, facendo funzionare servizi e macchinari per più ore e più giorni. Sul fronte ospedaliero, viene denunciato il divario dei posti letto rispetto alla media nazionale e la «scandalosa» esclusione dei Policlinici universitari dalla rete dell’emergenza, giudicata una scelta dettata da logiche di privilegio più che da interessi collettivi. Infine, il nodo del personale: tetti di spesa, carenze croniche, precarietà diffusa. Il Coordinamento chiede di abolire i vincoli alle assunzioni, superare il numero chiuso nelle facoltà sanitarie, riformare la formazione e rendere attrattivo il lavoro nel SSN per fermare la fuga verso il privato e l’estero. La piattaforma si chiude con un appello politico chiaro al nuovo presidente della Regione: battersi, nelle sedi nazionali, contro l’autonomia differenziata e contro il disegno di legge delega di riorganizzazione del SSN approvato dal Consiglio dei ministri il 12 gennaio 2026. Perché, avverte il Coordinamento, frammentare ulteriormente il sistema sanitario significa sancire la fine del diritto universale alla salute. In gioco non c’è solo il futuro della sanità campana, ma l’idea stessa di welfare pubblico su cui si fonda la Repubblica. E la Campania, ancora una volta, diventa lo specchio più crudele delle diseguaglianze italiane.





