di Vito Pinto
Si è appena concluso il periodo natalizio e dal 17 gennaio si comincia a mettere piede in quelle che sono le feste di Carnevale, prima della penitenziale Quaresima preparatoria alla Pasqua. “Sant’Antuono maschere e suoni” recita un antico detto popolare, specialmente nel Sud Italia, con il quale si vuole indicare l’inizio del Carnevale a partire dalla festa tradizionale legata a Sant’Antonio Abate (17 gennaio), segnando il passaggio dall’inverno al Carnevale, con riti di fuoco, canti, danze, maschere e benedizione degli animali. Un detto che sottolinea come la festa di Sant’Antuono sia un momento di allegria, musica e costumi, spesso con la presenza di figure simboliche come maschere, suoni di strumenti tradizionali e grandi falò per scacciare il male e invocare la fortuna. Una festa per un inizio di un nuovo periodo annuale in cui il santo eremita è protagonista di luminarie di fuoco, essendo il protettore di questo elemento che lo si vuole, sin dall’antichità pagana, di origini divine. Fu, infatti, Prometeo a rubarlo agli dèi per donarlo agli uomini, bisognosi di aiuto, donando loro la potenza che la fiamma sprigiona. Mitologia, ovviamente, che nella tradizione cristiana assume un altro significato, vedendo il santo egiziano discendere all’inferno per salvare le anime dal fuoco eterno, divenendo, così, il protettore di tutti coloro che in qualche modo hanno a che fare con le fiamme: panettieri, pizzaioli, ceramisti. E questi ultimi proprio il 17 gennaio di ogni anno festeggiano il loro santo protettore con una festa di fuoco durante la quale si accendono falò, ma si gustano anche cibi della tradizione locale. Una festa, quella dei ceramisti, tra sacro e profano, che vuole essere un ricordo del Santo protettore, ma anche una laude al Signore; scriveva Francesco d’Assisi nel suo “Cantico delle creature”: «Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte: ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte»; e viene fuori tutta l’energia, la passione, di questo dono fatto da Dio all’uomo (l’origine divina) non solo come elemento di sacralità, ma anche per lo sviluppo della civiltà attraverso il suo buon utilizzo, come calore, come luce: dal greco “phṑs”, ossia “luce”. E fu il fuoco a dare (e continua a dare) consistenza all’argilla perché servisse agli uomini e che, divenuta ceramica, fosse anche bella. Pratica antichissima che si perde nella notte dei tempi: in alcuni siti archeologici della Repubblica Ceca sono stati trovati reperti di argilla cotta a fuoco risalenti a circa 26 mila anni fa. Elias Canetti, scrittore di origini bulgare naturalizzato britannico, scriveva: «Il fuoco attrae l’uomo che vi si identifica». Nulla di più vero tant’è che diventa elemento chiave in molti “riti di passaggio”, celebrazioni o feste che scandiscono una ricorrenza, una memoria, un avvenimento particolare come quello che i ceramisti ogni anno, il 17 gennaio, celebrano per onorare il loro santo protettore, Antonio il Grande, l’eremita egiziano vissuta nella Tebaide dove morì nel 356 d.C. Quando i forni erano alti come case, usanza voleva che il primo lavoro che il ceramista realizzasse fosse una “riggiola” con impressa l’immagine di Sant’Antuono, con la tau impressa sul mantello e la fiammella posta sul libro, da collocare accanto alla fornace; dal lumino sempre acceso per devozione avanti a quell’icona si prendeva la fiammella per accendere il forno, era quel Santo Abate che doveva proteggere la buona cottura nel fuoco del lavoro di una “faenzera”: era sempre in gioco la sopravvivenza materiale di decine di famiglie. E ritorna, così, quel rapporto tra il divino e l’umano dove il fuoco è l’elemento primario. Lo scorso anno a Vietri sul Mare vi fu una mostra dedicata a Sant’Antuono alla quale parteciparono una trentina di ceramisti locali, maestri e giovani in cammino, che diedero il loro contributo realizzando un’opera dove l’iconografia del santo anacoreta fu reinventata, reinterpretata in un vocabolario ceramico e religioso che si discostava non poco dalla tradizione, ma che in compenso offriva quelle nuove visioni di decorazione che vengono, da molti, chiamate innovazioni e che, invece, sono il naturale proseguimento delle nuove generazioni nella costruzione di una storia di un popolo, di una civiltà fatta di argilla; una costruzione in cui il fuoco è elemento primario che valorizza o può vanificare il lavoro dell’artista. Il segno, o meglio i segni tracciati su piane, rosse superfici ricoperte da bianco-vietri sono l’espressione di una devozione, al di là di ogni credo, verso un Protettore per il quale si nutre, comunque, una forte forma di rispetto. Una mostra che quest’anno è stata portata, su richiesta, a Castel Bolognese, un paese della Romagna poco distante da Faenza, e allestita nei locali dell’antico Mulino Scodellini a cura di Gianfranco Budini; una mostra dove hanno partecipato anche artisti faentini a riprova di un comune sentire dei ceramisti verso il loro Santo Protettore. Dal lontano nono secolo giungono sino a noi quei versi gregoriani del bellissimo “Veni Creator Spieirus”, attribuiti a Rabano Mauro Magnenzio vescovo di Magonza dove si invoca il Divino a rischiarare le nostre menti e a confortare i nostri cuori: «Qui diceris Paraclitus, altissimi donum Dei, fons vivus, ignis, caritas, et spiritalis unctio». Il ceramista è tale perché ama questo mestiere, così ignis, caritas, diventano elementi primari perché l’uomo della bottega metta a frutto il suo sentire nel manipolare l’argilla, nel decorare la sua ceramica, nel donare ad altrui sentire la sua opera. Rimbalza nella mente e ancor più nel cuore l’ultima frase con la quale Emilio Cecchi concluse il suo saggio de “Il Vasaio”, dopo aver visto il baffuto Vincenzo Solimene tirar su un vaso sul tornio a pedali: «Come il vero artista, avrà sentito che ogni suo piacere era nelle sue mani, nell’esercizio del loro potere amoroso; e avvenga dell’opera, quando è compiuta, quello che Dio consente». E come ormai è consuetudine, anche quest’anno torna a Vietri sul Mare la tradizionale Festa dei Ceramisti per sabato 17 gennaio, giorno di festa di Sant’Antuono, nel piazzale antistante la stazione ferroviaria. Una città di antica tradizione ceramica come Vietri sul Mare non poteva di certo non onorare “Sant’Antuono” con un suggestivo momento d’incontro con gli artisti locali, che sono custodi ed artefici dell’eredità ceramica vietrese, che da secoli si indentifica con il territorio; nel passato tradizione voleva che in questo giorno vi fosse l’usanza di mettere allo stesso tavolo i proprietari delle “faenzere” e i loro dipendenti per una luculliana tavolata. Ricco il programma previsto per questa ricorrenza a partire dalla benedizione del fuoco e degli animali, le performance artistiche con il fuoco, il suggestivo spettacolo con il mangiafuoco, la musica dal vivo con i “Figli del Vesuvio”, momenti durante i quali si potranno gustare piatti della tradizione locale. E come ormai e consuetudine sarà bruciata una scultura di carta, quest’anno è “Il pescatore di cuori”, ideata e realizzata dall’artista vietrese Elisabetta D’Arienzo insieme ai ragazzi del suo corso di ceramica. «La Festa dei Ceramisti rappresenta per Vietri sul Mare un momento identitario di grande valore, che unisce fede, tradizione e comunità. – ha dichiarato il sindaco di Vietri sul Mare Giovanni De Simone – Celebrare Sant’Antonio Abate significa rendere omaggio non solo al santo protettore del fuoco, ma anche a tutti quegli artigiani che da secoli custodiscono e tramandano l’arte ceramica vietrese, rendendo il nostro territorio conosciuto e apprezzato nel mondo. Come amministrazione comunale continuiamo a sostenere con convinzione eventi che rafforzano il legame tra storia, cultura e partecipazione cittadina». Per l’assessore alla cultura ed alla ceramica Daniele Benincasa, «la Festa dei Ceramisti è un’occasione preziosa per riaffermare il ruolo centrale della ceramica nella storia e nell’identità di Vietri sul Mare. Questo appuntamento richiama un’antica tradizione di condivisione e rispetto tra maestri e lavoratori delle “faenzere”, valorizzando il sapere artigiano e il rapporto profondo tra il fuoco, la materia e la creatività. Iniziative come questa permettono di avvicinare cittadini e visitatori al cuore autentico della nostra produzione artistica». Era il 1786 quando un anonimo cittadino di Vietri fece murare sul lato esterno dell’ingresso alla sua abitazione una targa circolare ceramica con l’immagine di S. Antuono e la scritta: «Santo Antuono si rinolla chi di immidio campo disperato more». Forse un avviso ai malintenzionati, agli invidiosi, a qualcuno che forse voleva male agli occupanti di quella casa. Di certo quell’edicola sta a testimoniare quanto antico, a Vietri sul Mare, fosse il culto per il santo eremita.





