Aldo primicerio
Il lavoro è vita, perché di lavoro si vive. Ma il lavoro è anche morte, perché di lavoro si può anche morire. E quando succede, si stringe il cuore. Ma è solo un momento, perché un minuto dopo prevale l’oblio. Si può morire ad esempio di scuola. Una maestra delle elementari, Domenica Russo, è morta davanti ai suoi bimbi che accompagnava in un viaggio d’istruzione in autobus. Una di quelle gite con classi affollate che si continuano a fare senza incentivi economici. Una morte “a costo zero”, come l’ha drammaticamente definita l’insegnante Marina Boscaino. E di lavoro è morta Anna Chiti, di soli 17 anni, al suo primo giorno di stage, senza contratto ed a quattro soldi. E poi tanti altri, morti di scuola e per la scuola, o di lavoro e per il lavoro.
Il referendum dell’8 e 9 giugno insufficiente, sì, a restituire dignità al lavoro. Ma può essere una partenza
E quindi ecco la chiamata al voto nel fine settimana di sabato 8 e domanica 9 giugno. Un piccolo mattone per ridare solidità, solidarietà e nuova dignità ad un lavoro meno precario e più sicuro, in questa Repubblica da un pò calpestata e malmenata da quest’ultima politica, nemica della nostra Costituzione. Siamo sempre di meno alle urne per votare? E certo. E’ uno degli effetti del disamore per il nostro Paese, del calo di partecipazione, della disaffezione da una democrazia sempre più debole. Tra le cause sicuramente anche la precarizzazione, la diminuzione delle tutele e della sicurezza del e sul lavoro, le condizioni di vita minate dalla diseguaglianza, dalla logica predatoria delle privatizzazioni e della legge del più forte, e per quanto riguarda gli stranieri forse anche dalla mancanza di certezze sui diritti di cittadinanza. Quale errore madornale il neoliberismo di Silvio! Forse neanche lui, mente illuminata, si aspettava effetti così devastanti dovunque.
I 5 quesiti referendari, quattro sul lavoro, il quinto sulla cittadinanza. Vediamoli, per capire
Cominciamo dal quesito numero 1, sulla scheda verde. Se indichiamo SI, ristabiliamo l’obbligo di reintegro del lavoratore nel suo posto di lavoro in tutti i casi di licenziamento illegittimo, come prevedeva fino al 2015 l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. La questione riguarda i lavoratori assunti dal 2015 in poi in aziende con più di quindici dipendenti.
Il quesito numero 2, sulla scheda arancione, chiede se si vuole eliminare il tetto massimo all’indennità dovuta ai lavoratori per i licenziamenti illegittimi nelle aziende con meno di quindici dipendenti. Se indichiamo il SI eliminiamo il tetto massimo e consentiamo al giudice di determinare l’importo senza limiti predefiniti.
Il quesito numero 3, sulla scheda grigia, ci chiede se, votando SI, vogliamo abrogare alcune norme che stabiliscono quand’è che un’azienda può assumere lavoratori con contratti a tempo determinato e a quali condizioni può prolungare e rinnovare questi contratti. Cancellando le norme in vigore dal 2015 si ristabilisce l’obbligo di una “causale” per i contratti a tempo determinato più brevi di dodici mesi, cioè l’obbligo di indicare per quale motivo si usa questo tipo di contratto. Oggi l’obbligo c’è solo per i contratti a tempo determinato che durano dodici mesi o più
Il quesito numero 4, sulla scheda rosa, ci chiede se, con il SI; vogliamo abrogare la norma che esclude la responsabilità solidale del committente (cioè chi affida un lavoro in appalto), dell’appaltatore (chi riceve l’incarico di fare il lavoro) e del subappaltatore (chi, in alcuni casi, svolge il lavoro per conto dell’appaltatore) per gli infortuni sul lavoro. L’espressione “responsabilità solidale” indica che tutti i soggetti coinvolti (in questo caso committente, appaltatore e subappaltatore) hanno gli stessi obblighi, per esempio di risarcimento, verso chi subisce un danno di cui sono responsabili. Oggi la responsabilità solidale negli appalti non è prevista. Se invece dovesse vincere il sì, in caso di infortunio di un lavoratore dovrebbero risponderne anche il committente. Questo ha ovviamente delle ricadute soprattutto in settori come l’edilizia.
Il quesito numero 5, sulla scheda gialla, ci chiede se con il SI vogliamo cancellare la norma secondo cui le persone maggiorenni, nate in un paese esterno all’Unione europea, devono risiedere legalmente in Italia per almeno dieci anni. Il quesito propone di cancellare questa norma per tornare a quella precedente, in cui si stabiliva che gli anni di residenza necessari erano cinque. Non ha importanza come la penso, ma io la scheda 5 non la ritiro. Non condivido il concetto di inclusione deio migranti a tutti i costi. Che aspettino. Dieci anni sono un range giusto.
Chi andrà a votare, riceverà una scheda per ogni quesito referendario: cinque schede di colore diverso. Se si vuole, come accennavo, si possono ritirare alcune schede e rifiutarne altre. E’ consentito. Ogni scheda contiene una descrizione della norma che potrebbe essere cancellata. E chiede a chi vota se è favorevole alla cancellazione. Quindi, per abrogarla bisogna votare SI, per mantenerla bisogna votare no. Si potrà votare domenica 8 giugno dalle 7 alle 23, e lunedì 9 giugno dalle 7 alle 15.
Nelle ultime settimane molti politici della maggioranza di governo hanno invitato i cittadini a non partecipare ai referendum, per evitare che venga raggiunto il quorum. Mentre i partiti di opposizione invece, tra cui il Partito democratico e il Movimento 5 stelle, hanno sostenuto la necessità di andare a votare e di appoggiare il sì in tutti i quesiti.
In ambedue i casi una scorrettezza, di gran lunga peggiore quella della maggioranza di governo
Non si può da un lato giurare sulla Costituzione e poi violarla spudoratamente invitando al non voto. Anche il sistema dei media, per ragioni diverse che ognuno di noi potrà facilmente intuire, ha ignorato un appuntamento popolare, assegnando ad esso attenzione solo in questi ultimi giorni. Uno spettacolo imbarazzante, che offende il buon senso, minaccia la democrazia, lede la dignità dei cittadini italiani. Ecco perché l’8 e 9 giugno, votando SI o NO come libertà e convinzione ci suggeriscono, abbiamo l’occasione di non farci scoraggiare da questo demenziale atteggiamento di certa politica, ricomponendo il quadro democratico offuscato dall’arroganza e dalla disinformazione.
E’ vero, il referendum abrogativo può sembrarci ostico con temi e quesiti così tecnicamente intricati. Ma i problemi al loro interno sono così drammaticamente reali da non doverci scoraggiare. E’ importante andare a votare, e rispondere con il raggiungimento del quorum a chi pensa che il cittadino italiano sia un birillo o una pedina con cui giocare





