di Erika Noschese
Creato un vero e proprio sistema illecito, incentrato sul pervasivo ruolo del Sindaco Alfieri e sulla posizione egemone della società Dervit S.p.A., che poteva fruire dell’aggiudicazione di appalti attraverso gare caratterizzate da condotte illecite di tipo collusivo, volte a soddisfare i desiderata del Sindaco, a scapito dell’autonomia dell’operato degli organi tecnici». È quanto emerge dalle motivazioni della Cassazione a seguito del ricorso presentato da Alfonso D’Auria, procuratore speciale della Dervit, coinvolto nell’inchiesta Sistema Cilento condotta dalla Procura di Salerno. L’inchiesta ha portato agli arresti domiciliari diversi protagonisti, tra cui Franco Alfieri, ex presidente della Provincia di Salerno e sindaco di Capaccio Paestum. D’Auria, attraverso il suo avvocato Aniello Natale, aveva presentato ricorso in Cassazione chiedendo l’annullamento della misura cautelare degli arresti domiciliari. Tuttavia, le motivazioni della Suprema Corte non lasciano spazio a dubbi: il ricorrente non può tornare in libertà, poiché persiste sia il pericolo di inquinamento probatorio sia quello di reiterazione criminosa da parte di tutti i coinvolti nella vicenda. La Cassazione evidenzia come «il Sindaco Alfieri abbia manifestato in vario modo l’intenzione di sottrarsi alla scoperta di elementi probatori a suo carico e a carico degli altri soggetti coinvolti nell’illecito sistema, utilizzando pizzini , controllando la presenza di strumenti per operazioni di intercettazione e svolgendo vere e proprie attività di bonifica». Inoltre, la Corte ha rilevato che «i soggetti operanti nel Comune con ruoli direttivi e tecnici subivano l’influenza dominante del Sindaco, come dimostrano le condotte tenute nelle fasi di predisposizione delle gare e le dichiarazioni compiacenti rese nel corso delle indagini, volte a celare elementi di prova». Questa influenza ha beneficiato tutti i protagonisti del sistema, inclusi gli esponenti della società Dervit, in particolare De Rosa e D’Auria. Per quanto riguarda l’inquinamento probatorio, la Suprema Corte chiarisce che «pur a fronte della complessità delle indagini svolte, il pericolo di interferenze indicato dal Tribunale, se in qualche modo riconducibile al Sindaco Alfieri, non risulta specificamente attribuibile alla capacità di azione di D’Auria». Tuttavia, D’Auria è considerato pienamente coinvolto nel sistema illecito. «Il sistema ruotava intorno alla figura del Sindaco Alfieri, coadiuvato dai suoi stretti collaboratori, e alla società Dervit, i cui esponenti avevano assunto un ruolo dominante nell’acquisizione di appalti pubblici nel settore. Il coinvolgimento di D’Auria si basava su un rapporto fiduciario con De Rosa e su una specifica capacità di azione, che gli consentiva di operare all’interno del consolidato rapporto collusivo», si legge nelle motivazioni della Corte. Nonostante D’Auria abbia rinunciato a ogni ruolo e incarico a lui affidato, risultando ancora dipendente della Dervit, la possibilità di applicare una misura cautelare di tipo interdittivo è stata esclusa. La Cassazione chiarisce che «il sistema delineato risultava operativo per un lungo periodo, nutrendosi di apporti di fatto, tali da prescindere da attribuzioni formali. Precludere una piena libertà di movimento è quindi necessario».





