di Erika Noschese
Il recente “decreto cultura”, promosso dal ministro Alessandro Giuli e approvato dal parlamento, ha suscitato un vivace dibattito nel settore editoriale italiano. Pur riconoscendo gli obiettivi condivisibili del piano, le associazioni di editori, librai e bibliotecari hanno espresso preoccupazioni riguardo alla sua portata e alla reale efficacia. Il cuore del decreto è il “piano Olivetti”, un ambizioso progetto volto a sostenere l’editoria, le biblioteche e le librerie, con un focus particolare sulla rigenerazione culturale delle periferie e delle aree svantaggiate. Tuttavia, le critiche si concentrano sulla limitatezza delle risorse stanziate e sulla frammentazione delle misure proposte, che rischiano di non avere un impatto duraturo. In particolare, il settore editoriale guarda con interesse ai finanziamenti per l’acquisto di libri da parte delle biblioteche e per l’apertura di nuove librerie, ma sottolinea la necessità di un sostegno più strutturale e continuativo, in linea con modelli virtuosi come l’associazione francese Adelc. In questa intervista, il punto di vista di Antonio Verderame, proprietario di tre dei quattro Mondadori Bookstore di Salerno città. Con lui analizziamo nel dettaglio le luci e le ombre del decreto Giuli, riflettendo sulle prospettive future per il mondo del libro in Italia.
Si attendeva un decreto cultura, ma è sufficiente così com’è?
«Il decreto del ministro Giuli era atteso da tempo, sostanzialmente. Eravamo in una fase di assenza di un decreto, o comunque di un intervento legislativo, da più di 18 mesi, circa l’argomento cultura. Questo decreto ha, però, un po’ di chiaroscuri. Si basa su due principi fondamentali: quello di una collaborazione di tipo culturale con i Paesi del Mediterraneo, un po’ sull’onda degli obiettivi del Governo, e l’altro è questo famoso piano Olivetti che prevede una serie di interventi. Uno dui questi è quello su cui sono stati stanziati fondi a sostegno dell’editoria e delle librerie, dove ci sono risorse per acquisire libri e aumentare il numero di volumi delle biblioteche, favorendo lo sviluppo di nuovi insediamenti. Sono risorse che potrebbero aiutare i giovani a intraprendere quel lavoro che io sto facendo da tempo, inserendo quindi le risorse necessarie sulla filiera del libro, dall’editore fino al lettore».
Queste risorse basteranno?
«Chiaramente le risorse sono sempre esigue rispetto a come sta andando oggi il mercato del libro: è in frenata, leggermente, ma in frenata. Ovviamente rispecchia un po’ l’andamento dell’economia di tutto il Paese, come dicono anche gli indicatori, e questo incide sul mondo della cultura. Mi auguro che col decreto attuativo si capirà meglio come ci si vorrà muovere per rigenerare le periferie dal punto di vista culturale. L’obiettivo del ministro è importante, fa riferimento alla rigenerazione culturale delle periferie e dei quartieri delle aree svantaggiate. Ma bisogna capire in che modo il ministro pensa di attuare questo decreto. Quindi, dal decreto attuativo si capirà bene come aiutare i ragazzi a investire nel mondo della libreria.
Tra l’altro il decreto mira anche a investire risorse per chi vuole aprire nuove librerie. Il problema è, però, non solo aprire, ma far sì che queste librerie siano sostenibili. Se apro una libreria in un’area svantaggiata, ho risorse per aprire, ma il conto economico per tenerla in piedi non gira, visto che non c’è vendita, diventa complicato tenere aperte le librerie. Tanto è vero che c’è un fenomeno: tante librerie indipendenti, in quartieri svantaggiati, purtroppo stanno chiudendo perché non sono in grado di sostenere costi che pesano come macigni sui conti economici di un negozio come la libreria».
Verrebbero meno, poi, i centri di aggregazione culturale e di diffusione della cultura…
«Esatto. Ben vengano questi contributi, ben vengano le risorse per aiutare ad aprire una libreria nei comuni inferiori ai 5mila abitanti e nei quartieri svantaggiati. Tutto è utile per la rigenerazione culturale, affinché ci sia un cambio di registro, provando ad aiutare la cultura a tornare un fenomeno predominante rispetto a tanti aspetti. Ma il dato oggettivo è che poi l’imprenditore che si avvia ad attivare questa iniziativa, ovviamente coraggiosa, non sa come sostenerla. Aprire una libreria oggi, in un comune da 5mila abitanti, è complicato. Non ci sono utili e profitti rispetto ai costi, quindi chi si approccia a questo tipo di progetto avrà sicuramente difficoltà a tenerla aperta o in piedi. Bisogna avere delle strategie o comunque degli interventi più strutturali, dove chi investe, pur aiutato dal governo, deve essere messo in condizioni di andare avanti».
Come?
«Ad esempio, con sgravi sui dipendenti e agevolazioni sui canoni di locazione. C’era un disegno di legge o qualcosa previsto in manovra sui canoni agevolati per chi apriva una libreria, ma non se n’è fatto più nulla. I costi del lavoro, i canoni e le spese di gestione come l’energia elettrica, banalmente, se non si hanno fatturati importanti, diventano insostenibili pur lavorando in proprio».
Se ci aggiungiamo che poi le biblioteche, quelle poche che ci sono, restano chiuse, il danno è completo…
«Questo è un altro grosso problema. Si è ripresentato negli anni addietro, quando le risorse a disposizione venivano utilizzate poco o niente, anzi rimanevano nelle mani del Ministero risorse non interamente utilizzate o richieste dalle biblioteche. C’è, quindi, anche un problema legato a biblioteche gestite male o comunque non pronte a cercare o ad attingere a risorse che oggi il Ministero ha messo a disposizione. Questo è un altro grande limite: non tutte le biblioteche sono arretrate, ma molte non sono attrezzate per poter attingere a questi finanziamenti per poter ampliare il loro catalogo».
Può essere uno degli effetti della digitalizzazione, che allontana da luoghi fisici e carta?
«Sono convinto che digitalizzare, innovare la libreria, la biblioteca e il museo non può far altro che attrarre una serie di clienti o di fruitori che ormai si sono avvicinati e usano lo strumento della digitalizzazione. Vero è che questo può pesare negativamente sula libreria fisica, ma l’innovazione può anche attrarre. Non è stato ancora dimostrato, ma digitalizzare e rinnovare può essere un incentivo ad attirare più clienti delle nuove generazioni, sono fiducioso su questo. La libreria fisica tradizionale avrà difficoltà a sopravvivere a questa trasformazione tecnologica, ma se le biblioteche, le librerie e i musei si rinnovano, sono convinto riusciranno a superare questa trasformazione perché potranno attrarre a sé quella fetta di clienti che si approccia principalmente al mondo esterno per mezzo della tecnologia. Questa penso sia la strada giusta per poter rimanere sul pezzo. Chi non s’innoverà o chi non si affaccerà alla tecnologia, avrà difficoltà a resistere a questo cambiamento. Per questo il decreto cultura è un chiaroscuro: bisogna capire quante risorse ci sono, quali aiuti effettivi ci saranno su questa linea e come verranno poi gestite e sostenute le nuove aperture».
Lei, con le basi di questo decreto, dovendo iniziare oggi a fare il suo lavoro, lo farebbe?
«Se dovessi partire da zero avrei qualche perplessità, devo dirlo obiettivamente. Sono però un testardo, un caparbio: probabilmente ci proverei a prescindere».





