La fiction di Malinconico svela gli spazi nascosti della città medievale - Le Cronache
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La fiction di Malinconico svela gli spazi nascosti della città medievale

La fiction di Malinconico svela gli spazi nascosti della città medievale

di Silvia Siniscalchi

Dove viva Vincenzo Malinconico, “avvocato d’insuccesso”, non si sa. I romanzi di Diego De Silva lasciano intuire che la sua vita disordinata, fondata su una saggia e “insostenibile leggerezza dell’essere”, si svolga in un indefinito contesto partenopeo che potrebbe essere Napoli, ma che nella fiction televisiva è in realtà Salerno. Una Salerno ben identificabile da chi la abita o la conosce, pur non essendo mai nominata, che ben si presta a fare da sfondo alle caotiche vicende di Malinconico, avvocato a corto di clienti, lasciato dalla moglie, con due impegnativi figli adolescenti e una vita sentimentale aggrovigliata. Se nei romanzi di De Silva gli spazi d’azione e riflessione del protagonista sono definiti a partire dal loro significato psicologico e dal valore d’uso, il regista Alessandro Angelini sfrutta scenograficamente le prospettive più suggestive dell’arredo urbano di Salerno che, condite qua e là con qualche spruzzo di colore, di mare e costiera amalfitana, fanno da contraltare ai pensieri ironicamente mesti dell’avvocato Malinconico (“nomen omen”, direbbero gli antichi).

Il cortile del Duomo arabo-normanno, così, diventa nella fiction una sede universitaria dove il protagonista incontra Alagia, figlia della sua ex-moglie, ma da lui considerata figlia propria a tutti gli effetti; il seicentesco Palazzo Genovese, in Largo Sedile del Campo, con la sua spettacolare gradinata centrale e il sinuoso gioco di archi marmorei che accolgono chi ne varca l’imponente portale, è la sede del suo ufficio che, in un’accogliente atmosfera Ikea, divide con altri colleghi di insuccesso come lui. Agli ampi spazi della Villa Comunale, del Palazzo Sant’Agostino, del lungomare, della stazione marittima di Zaha Hadid, si contrappongono gli slarghi, le vie e le viuzze del centro antico di Salerno, scenografia degli appuntamenti e spostamenti di Malinconico che, tra le voci, i colori, le stratificazioni della città medievale, attraversa dedali intricati e irregolari di arterie principali e secondarie, tra salite e discese che seguono la pendenza del sostrato naturale (il monte Bonadies) e spiazzi legati strettamente alle strade che vi confluiscono (Largo Campo, via dei Canali, Piazza Abate Conforti, Piazza Matteo D’Aiello, Galesse, largo Barbuti, San Pietro a Corte, Palazzo Fruscione). Attraverso l’occhio della telecamera Salerno si svela così nella sua matrice più nascosta, per certi versi “islamica”, labirintica (come nel rione Barbuti), con il ripetersi sistematico di vicoli ciechi che un tempo collegavano gli ingressi delle abitazioni con la rete viaria principale. Vicoli ciechi come quelli della vita di Malinconico. Il caos della città antica è quindi l’ideale spazio di accoglienza per la confusione esistenziale e professionale del protagonista; una confusione che si prolunga organicamente anche negli uffici all’interno del Palazzo di Giustizia, ambientato nel vecchio Tribunale di Salerno, tra corso Garibaldi e corso Vittorio Emanuele, dove la produzione ha ottenuto di poter girare alcune scene. Alla “romanità” dell’architettura in stile fascista dell’edificio, manifesto visivo e scenografico dell’Impero, si contrappone difatti il caotico via vai di testimoni, avvocati e imputati, alle prese con fatti, casi e situazioni che danno vita a un disordine organizzato. Grazie alla fiction anche Salerno, come la Castellabate di “Benvenuti al Sud” o la Spoleto di “Don Matteo”, diventa possibile meta del cosiddetto film-induced tourism, ossia di flussi turistici connessi a film, serie televisive e ad altri prodotti mediali, indirizzati verso luoghi di ripresa, di ambientazione o in vario modo collegati all’universo cinematografico, come ricorda Giulia Lavarone. E di questo aspetto turistico “costruito”, che offre aspetti nuovi della città, lo stesso De Silva-Malinconico sembra in effetti dare conto, anche se per ragioni del tutto personali, quando scrive: “Provate a farvi lasciare dalla persona che amate, e ditemi se non vi viene voglia di fare un po’ di turismo nella vostra città, diciamo per una mezz’oretta. È lo shopping della disperazione, che spinge a investire su mercati inesistenti. Perché è chiaro che quando non hai alternative cominci a travisare la realtà disponibile” (Non avevo capito niente. Le storie dell’avvocato Malinconico Vol. 1, Einaudi). Se dunque Salerno, nella fiction di Malinconico, è una città “disponibile”, pur non essendo mai nominata, la sua realtà cinematografica, sublimata dall’occhio del regista e dall’obiettivo selettivo di una telecamera, non è semplice finzione, ma finisce talora con lo svelare aspetti della sua geografia urbana e della sua storia per alcuni versi inediti e sconosciuti agli stessi salernitani.